Non riuscite ad andare a dormire senza leggere almeno una manciata di versi da Un giorno di Carlo Vallini? Aspettate con impazienza di leggere le raccolte di poeti crepuscolari minori ma interessanti come Nino Oxilia o Tito Marrone? Sullo store online Apple iTunes è da poco disponibile il mio ebook Carlo Vallini, Poesie: la pubblicazione è a cura della casa editrice Insula e il volume contiene le due raccolte La rinunzia e Un giorno, insieme a una mia introduzione sull’opera del poeta.

Insomma, se non conoscete Vallini questo ebook può essere una buona occasione per scoprirne i versi, se lo conoscete la buona occasione è invece quella di finanziare, con vostra grande lungimiranza e sapienza, futuri miei libri: in cantiere ci sono, appunto, scritti su Oxilia e Marrone.

Sfogliando il Gambero Rosso 2011, alla voce Ravenna troviamo una sola, sparuta segnalazione gastronomica: il ristorante Il Cappello. Si tratta senz’altro un locale valido ma la cui solitaria indicazione nella guida, altrettanto certamente, non dà compiuta testimonianza della ristorazione ravennate. Inoltre, almeno per l’esperienza personale Il Cappello non costituisce l’attuale eccellenza cittadina.
Ecco quindi una Guida ai ristoranti di Ravenna, frutto dei peripli gastronomici miei e della mia compagna. Come in ogni guida che si rispetti sono presenti dei punteggi, d’ordine differente tra ristoranti (in decimi) e trattorie (da uno a tre asterischi), e il costo di ogni locale viene calcolato escludendo le bevande, come prevedibile e come sollecitato dalle Convenzioni di Ginevra.

Ristoranti:

Osteria del Tempo Perso, Via Gamba 12. In piacevole equilibrio tra la messa in evidenza della materia prima e una cauta creatività. Ecco, in sintesi, la proposta gastronomica di questo ristorante. Più personali gli antipasti, dove le consistenze e le quantità permettono una maggiore libertà negli accostamenti; di classica solidità i secondi, dove la freschezza e la sapidità del pescato assurgono il ruolo di protagonisti. Golosissimi i dolci: memorabile, in particolar modo, il tris di creme brulè: tre variazioni su questo dessert tradizionale, proposte in tre distinti bicchierini. Interessante la lista dei vini. Un locale più che raccomandabile, anche per il corretto rapporto qualità-prezzo. Voto: 7 ½. Costo: 50€

Il Cappello, Via IV Novembre, 41. L’ambiente è di certa suggestione: l’albergo al cui interno si trova il ristorante è posto in un bel palazzo rinascimentale d’architettura veneta, le sale del locale sono calde e accoglienti, i tavoli ben separati tanto da consentire agevoli conversazioni. Probabilmente, si tratta del ristorante più «importante» di Ravenna. La cucina? Più che soddisfacente. Valida la scelta degli ingredienti usati, anche se quello che in altre forme di ristorazione può apparire un pregio qui si rivela un lieve difetto: le porzioni sono abbondanti, a discapito però, talune volte, della messa a fuoco degli elementi centrali nelle singole portate. Solo sufficiente la lista dei vini, dato il contesto: è presente un numero non esiguo di bottiglie indisponibili. Voto: 7. Costo: 55€

Taverna dei Velai, Via Thaon de Revel, 7, Marina di Ravenna. Una moderna taverna borghese, di quelle senza inutili orpelli, che dà, semplicemente, quello che promette: una solida cucina di mare, con preparazioni semplici e gustose e, in più, nelle portate qualche fugace accenno personale che gradisci e non t’aspetti. Per gli antipasti, davvero golose le capesante gratinate, morbide e polpose, e ottima la tartare di ombrina con salsa ai peperoni; più che buono il brodetto ravennate, caratterizzato da una rotonda e giusta grassezza grazie anche alla presenza dell’anguilla. Nel complesso, piuttosto validi i dolci, anche se il semifreddo di cassata siciliana servito è risultato inizialmente troppo tenace. Voto: 7. Costo: 50€

Il Melarancio, Via Mentana, 33. Un locale a due facce: l’osteria al piano terra e il ristorante al piano superiore. Di sotto troviamo preparazioni più semplici e ambiente più rustico, anche se curato, mentre di sopra ci accolgono dei piatti maggiormente elaborati mentre l’ambiente, inaspettatamente, sembra provenire dalla fotografia ingiallita di un ristorante degli anni ‘70: un robusto aggiornamento non guasterebbe certo, anche per rendere più incisiva la differenziazione tra le due anime di questo locale. Si rivelano valide soprattutto le preparazioni più semplici, anche all’interno della proposta del ristorante. Il costo è una media tra i due locali. Voto: 6 ½. Costo: 35€

Bistrot, Via Mura di San Vitale, 10. Alti e bassi. Si comincia più che discretamente con gli antipasti: gamberi saltati con insalatina di spinaci novelli e sformatino di asparagi con fonduta di parmigiano e ragù di asparagi e pancetta; preparazioni semplici e accurate, buona materia prima che non fa fatica a emergere. Deludente, invece, la scaloppa di tonno in crosta di pistacchi con melanzane e composta di cipolla di Tropea: tonno poco sapido, piatto senza direzione e slegato. Gradevole, anche se non memorabile, il trancio di spigola cotta sul sale profumato alle erbe con patate saporite. Dolci sufficienti. Ambiente confortevole e curato, locale in posizione di grande piacevolezza. Voto: 6+. Costo: 50€

Port of Call, Via Zara, 48. Un locale che, se vuole spiccare nella ristorazione ravennate, deve crescere. Coraggiosa la scelta di aprire in una zona periferica della città e curato l’ambiente, anche se l’impostazione dello stile minimal-chic adottato è decisamente fredda. A non convincere appieno è la cucina. La materia prima è valida ma le preparazioni sembrano nascere, più che dalla volontà di offrire una personale esperienza gastronomica, dal tentativo di replicare linguaggi e assemblaggi altrui: poco di male in questo, se non fosse per i risultati che si rinvengono nei piatti, un poco anonimi e approssimativi. L’impressione complessiva è quella di un locale in fieri, che si spera trovi presto una propria identità. Voto: 6-. Costo: 60€

Trattorie:

Ca’ de Vèn, Via Corrado Ricci 24. In bilico tra trattoria d’antan e moderno ristorante, Ca’ De Vèn presenta una proposta, per lo più, di territorio golosa e decisamente valida nella restituzione di sapori saldamente antichi. Alcune portate sono rielaborazioni, del resto mai troppo ardite, di ricette tradizionali ma è nei solidi piatti della tradizione che questo locale dà il meglio di sé, con sapori netti e precisi. Anche la proposta enologica è interessante e curata. Voto: **. Costo: 35€

Osteria dei Battibecchi, Via Della Tesoreria Vecchia, 16. Tradizione, tradizione, tradizione. L’Osteria dei Battibecchi presenta un buon numero di classici della cucina regionale, in realizzazioni accurate. Nulla di più e nulla di meno.  Voto: */**. Costo: 30€

La casa delle Aie (Cervia), Via Aldo Ascione, 4. Ambiente rustico, servizio ruspante (e cortese), pietanze semplici semplici ma preparate con un’affidabilità da cucina di famiglia. Tutto godibile, in particolare le «minestre», cioè i primi piatti, e i calorici dolci. Voto: */**. Costo: 25€

Ristoranti etnici:

Ito, Via Romea, 75. Più che sufficienti sia il sushi che il sashimi, peccato per l’inutile presenza del surimi nelle barche. La lista dei vini è discreta e ciò costituisce una sorpresa piacevole, permettendo così di bere bene mentre si fanno librare le bacchette in aria. L’ambiente è nello stile minimale imperante, comunque confortevole. Voto: 6 ½. Costo: 40€

Fuji, Via Raul Gardini, 9. Un locale in cui è piacevole fermarsi per una cena. La proposta gastronomica è sufficientemente valida, l’ambiente è accogliente. Voto: 6. Costo: 35€

Finalmente è possibile ritrovare in libreria i poemetti Un giorno e La rinunzia di Carlo Vallini.

Il volume che li raccoglie entrambi, pubblicato dalle Edizioni San Marco dei Giustiniani nel 2010, presenta una prefazione di Mirko Bevilacqua.

Si tratta di una pubblicazione da me attesa e auspicata da tempo. Sono contento: Vallini, poeta senz’altro di minor peso rispetto ai suoi compagni crepuscolari più noti ma i cui versi possono riservare più di una piacevole sorpresa al lettore curioso, se lo merita.

È possibile leggere i due poemetti anche in un ebook curato da me: lo trovate tra gli Scritti di Letteratura, in questo stesso blog.

È comune pensare che i piaceri del palato appartengano a una sfera sensitiva bassa, gli «appetiti», appunto. È altrettanto comune considerare, invece, i poteri d’elevazione della musica, innalzando questa fino al ceruleo empireo dall’alto sentire: uno strumento che dà voce alla limpidezza dei sentimenti che si specchiano in se stessi o, al contrario, alla toccabile evidenza dei corpi in movimento; sentimenti e corpi immersi nell’acqua dolce dei suoni e, in questo, trasfigurati.
Eppure, cibo e musica condividono molto. Entrambi presuppongono o, per meglio dire, possono presupporre un atto di scrittura: la ricetta in un caso e lo spartito nell’altro. Inoltre, sono entrambe manifestazioni liquide e costruzioni effimere: un piatto, per quanto elaborato e santificato dalla complessità, muore nel corpo di chi lo mangia, così come una musica, pur nell’intrico di polifonie e articolazioni ampie della narrazione sonora, svanisce nell’orecchio di chi la ascolta; in tutti e due i casi, quindi, fruizione e sparizione/spoliazione coincidono.
In questa duplice architettura che fa svettare la polvere fino al cielo, coloro che mangiano e coloro che ascoltano accolgono linguaggi nei quali i segni non significano nulla: non c’è alcun significato, nel senso semantico di congiunzione tra significato e significante, infatti, in un piatto di spaghetti all’amatriciana o in una sonata per pianoforte di Brahms.
È a causa di tutte queste vittoriose coincidenze tra la malinconia terrigna del cibo (l’immagine della vanitas, per eccellenza) e la santa vacuità della musica, forse, che le discussioni più accese di cui io abbia notizia non riguardano letteratura, teatro, pittura o scultura ma musica e cibo, le sorelle sfuggenti: non ho mai sentito nessuno, infatti, discutere bellicosamente della superiorità del romanzo ottocentesco russo su quello francese o, ancora, della profondità dell’ispirazione poetica di Leopardi contro chi ne mettesse in dubbio la solidità, così come non mi è mai capito di assistere a focosi certami sulla rilevanza storica del secondo cubismo; ho visto, però, gente dal marmoreo aplomb inglese venire alle mani per la guittesca presenza della cipolla nella carbonara e gote senili divenire rubescenti per un giudizio sprezzante sulla musica di Bruckner.


Danza d’Arlecchino, 1958

Nel fuoco e nel muschio di conversazioni arcaiche, erano totem dalla sabbia in bocca. Ma anche il cielo, l’imprevisto destato tra sangue di mura. Ritrovai la perenne culla della giacenza.

Mirko Basaldella, Nel tempo e nel mito. Dal 1 Aprile al 17 Luglio 2011, Villa Torlonia, Roma.

A Nicoletta

27 mar
2011

Checché ne dicano leggende, mal lette storie personali, racconti fondativi e bisbigli al lume opaco del ricordo, amore fa vedere le cose come sono. Sguardi da montagna spumosa, sotto cui esigui spazi verdi specchiano il gigantismo della roccia nella minuteria d’erba e lampi di fiori: la totalità è come il guanto rivoltato del balbettio, anche se non si capisce nulla si vede tutto, in quel bianco rivoltato per un istante.

Non è certo l’amore ad essere la piccola ombra della religione, l’occhio che fissa l’amata superando l’occhio nel salto e nella fede. Più religioso dell’anacoreta, a cui serve l’altrove per guardare altrove, amore ha come orizzonte i passi lenti sulla terra. Ma son tutte cose che si scrivono meglio, in altra forma del tempo e in altro spazio di parola, sulla pelle di un libro.

Lo dico subito, di smørrebrød non ne abbiamo assaggiato neanche uno: nei locali il famoso sandwich aperto danese, un curioso innesto tra il cibo più povero che si possa immaginare e un trionfo flamboyant di colori e abbinamenti costretti in spazio angusto, era ovunque disponibile solo fino al pomeriggio e questo crudele limite temporale, per una ragione o per l’altra, ne ha impedito la consumazione da parte nostra. Rivelata questa onta ferale, posso ammettere senza indugio che a Copenaghen si mangia bene, benissimo. Se è vero che da più parti è possibile leggere l’elogio della ricca ristorazione etnica presente nella capitale danese, quello che ha invece più stupito me è l’apertura e la disponibilità ricettiva della ristorazione locale: incursioni delle abitudini gastronomiche spagnole, ritmi e narrazioni francesi, pietanze e stili che arrivano dritte dal Nord America. Ecco quindi la lista dei ristoranti in cui siamo stati io e la mia compagna Nicoletta nel nostro viaggio fugace, con una succinta descrizione di ognuno di essi.

  • Cap Horn, Nyhavn 21, http://www.caphorn.dk/eng/omcaphorn.html. Nella zona del porto nuovo, di notturne suggestioni, Cap Horn è un incontro felice tra le pietanze danesi e la cucina francese, evidente nella costruzione articolata delle pietanze pur nella sobrietà delle forme e degli accostamenti. Come portate principali abbiamo scelto un controfiletto con purea di pastinaca e asparagi verdi e bianchi, quindi un galletto, il cosciotto da una parte e il petto dall’altra: quest’ultimo era fasciato dal bacon e impreziosito dal tartufo nero, mentre una salsa al dragoncello chiudeva la composizione. Piatti più che buoni entrambi, semplici e con la valida materia prima in evidenza. A seguire un’ottima torta al cioccolato belga con in somma una mousse, anch’essa al cioccolato, e servita con una composta al frutto della passione; dall’altro lato del tavolo è arrivato invece un interessante piatto di formaggi biologici, locali e non, giunti con noci caramellate e marmellata di albicocche. Piccola lista dei vini, per lo più francesi, con possibilità di bere al bicchiere.
  • Peder Oxe, Gråbrødretorv 11, http://www.pederoxe.dk/English/index_english.htm. Una piacevolissima steakhouse in bilico tra Francia e Nord America. L’ambiente è curato (simpatica l’idea di richiamare l’ordinazione accendendo una luce sovrastante i tavoli) e mette subito a proprio agio i commensali. L’oxe-burger è un hamburger di fattura eccellente, servito con dell’ottima e vera mayonnaise, una salsa piccante e delle sapide patate fritte (ovviamente preparate in casa). La lista dei vini comprende bottiglie da Francia, Italia e Spagna. Anche qui, si può bere al bicchiere.
  • Café Glyptoteket, Dantes Plads, http://www.glyptoteket.dk. All’interno del lussureggiante giardino d’inverno del museo Ny Carlsberg Glyptotek, splendido, si trova questo Caffè Ristorante. Oltre alla certa bellezza del luogo, il locale merita la sosta per la qualità della proposta gastronomica. Molto valida, innanzitutto, la pasticceria. Gustoso poi il piatto di tapas, composto da crema di peperoni rossi e mandorle tritate con pomodorino secco adagiato sopra, formaggio a pasta molle con frutta secca caramellata (mandorle, nocciole e semi di girasole), bicchierino di vellutata vegetale, vol-au-vent con tonno all’aneto, carpaccio di rape bianche con vinaigrette e altro ancora, il tutto servito con pane fatto in casa e burro.

Ovviamente non potevamo non provare le preclare panetterie e pasticcerie danesi, con la pioggia golosa dei loro dolci. Ci siamo fermati da Lagkagehuset (nella foto in apertura del post la vetrina), in Torvegade 45, per un paio di muffin e un dessert al cucchiaio: c’è bisogno di dire che erano buoni, buoni, buoni? Per un tuffo nello street food più veementemente proletario, infine, niente di meglio di un dignitoso hot dog acquistato in uno dei tanti chioschetti di pølser (così vengono chiamati i würstel danesi, appunto).

 

Sea Shanties: canzoni dei marinai, a scandire gli azzurri ritmi della navigazione, a salmodiare nella furia del lavoro e delle crespe incertezze marine. Il primo album degli High Tide, Sea Shanties appunto, mi porta a pensare al continuo brulichio del tempo e non sono poi molte le musiche che hanno su di me questo effetto di risacca perenne: per le indirette vie della suggestione e della specularità, grazie alle quali un brano ribatte attese e silenzi intorno all’ascolto, fondendo aloni di suoni nei vacui oggetti mentali che incontra, ci sono le bachiane Variazioni Goldberg suonate da Glenn Gould nel 1981; per vie dirette, invece, c’è Bitches Brew di Miles Davis.

Nel doppio album di Davis, uscito nel 1970 ma registrato nel 1969, lo stesso anno d’uscita di Sea Shanties, il brulichio è quell’organico pullulare di vita minuscola che uno può osservare in uno stagno addensato dalla calura: nei lunghi brani, un simile brodo riarso emerge vitale dalle pause e dal pulviscolo fitto creato dai musicisti riuniti da Davis. Nel disco degli High Tide il risultato percettivo è il medesimo, i mezzi contrari. Qui non c’è alcun combusto polverio sollevato in cielo dalle pause musicali, nessun minimo sussulto in cerchi di stagnazione, i silenzi e i sussurri sono qui rari: in Sea Shanties il brulichio è proprio in quel motorismo sfinente che abolisce le pause e copre la musica con la musica stessa. Anche se in apparenza può sembrarlo, l’invasione del silenzio in questo disco non ha nulla a che spartire con l’horror vacui di molto heavy metal successivo. È un’invasione fertile, qui, che crea muraglie musicali per far poggiare su di esse l’ascolto e sollevarlo da terra; da questa verde altezza di cinte e difese, quanto poi flebili risultano le placate insinuazioni del violino di Simon House e commoventi le punture chitarristiche di Tony Hill.

È appena uscita la seconda edizione del mio primo libro, Linux Ubuntu per l’uso desktop. Si tratta di un’edizione rinnovata e debitamente ampliata, che tratta l’ultima versione 10.10 Maverick Meerkat della distribuzione Ubuntu. Sul sito dell’editore FAG è disponibile una scheda del libro. Un po’ di pazienza e il volume sarà disponibile nelle principali librerie, anche online.

Ecco il sommario del libro:

Introduzione 11

1. Installazione del sistema 15
Il CD di default 16
Inserire il CD… si parte! 17
La procedura di installazione 19
Le partizioni sull’hard disk 20
Configurazione manuale dell’hard disk 22
La finestra Modifica partizione 22
Aggiungere una partizione 24
Le partizioni indispensabili 25
Un’installazione con root e swap 25
Partizioni aggiuntive 27
Nazione e tastiera 28
Le informazioni personali 29
Il CD alternativo 31
La procedura alternativa di installazione 31
Come partizionare l’hard disk 34
Gli ultimi passaggi 37
La famiglia Ubuntu 39

2. Avviare Ubuntu e orientarsi 41
L’ambiente grafico 42
Gestire i file con un clic 45
Cartelle virtuali: alla scoperta dei link 47
Il desktop è servito! 48
Le icone che ci si aspetta sul desktop 48
Come installare nuovi programmi 50
L’ecosistema dei repository 50
La via semplice per l’installazione 51
Gestire i pacchetti con Synaptic 54
Quali repository attivare 55
Ricerche avanzate con Synaptic 56
Rimuovere i pacchetti indesiderati 56
Una pulizia completa 58
Deborphan, l’esperto in pulizie 59
Installare pacchetti dal web 59
Gli aggiornamenti di sistema 61
Per avviare Windows 63
Configurare il boot loader 64
I parametri d’avvio sotto controllo 64
Avvio alternativo per Ubuntu 66
Una modalità per il recupero 66
Test della memoria 67

3. Configurazione dell’hardware 69
La scheda grafica 70
I driver proprietari 71
Consigli per gli acquisti 72
La scheda sonora 73
Memorizzare il volume? No, grazie! 74
La stampante 74
Lo scanner 76
Scanner riconosciuto 76
Quando lo scanner non va 76
Come forzare il riconoscimento 77
Aggiungere il proprio scanner alla configurazione 78
La scheda TV 79
Le informazioni nella Rete 80
Documentazione per Ubuntu 81

4. I dispositivi rimovibili 83
Le funzionalità di base 83
Fotocamere digitali 85
Esempio d’uso della fotocamera 85
gThumb al posto di Shotwell 88
Dischi esterni e chiavette 90
Gestire i dispositivi rimovibili 90
I dispositivi visti dal sistema 91
Il Gestore dischi 92
Volumi cifrati 95
Ubuntu in una chiavetta 96
I lettori MP3 98
I lettori di ebook 102

5. Collegarsi a Internet 109
ADSL, a tutta velocità 110
Configurazione del modem/router 110
Se il modem è USB 111
Speedtouch 330 112
D-Link DSL-200 con EciAdsl 114
Configurare EciAdsl con il mouse 116
Quando EciAdsl non funziona 117
Modem Ethernet 119
Per i provider che usano PPPoA 121
La connessione Wi-Fi 121
Le schede Wi-Fi senza driver Linux 122
Come installare il driver Windows 124
Internet con i modem analogici 125
I softmodem 127
I softmodem che utilizzano i driver ALSA 128
Le chiavette Internet 130

6. L’utente al centro del desktop 133
Un utente, tanti utenti 133
Aggiungere un utente 134
Eliminare un utente 137
L’utente ospite 137
Personalizzare il desktop 138
Applicazioni preferite 138
Preferenze dell’aspetto 139
La schermata di login 140
Cambiare aspetto è un’arte 141
Modificare il menu del desktop 143
Scorciatoie per eseguire comandi rapidamente 145
Preferenze delle finestre 146
Configurazione avanzata 147
I sistemi di indicizzazione e ricerca 153
Attivare e configurare Tracker 153
Ricerca rapida, anzi rapidissima! 156
Un Cerca file nuovo di zecca 157
Effetti molto speciali 158
Il cubo rotante in tutto il suo splendore 159
Le finestre prendono vita 161
Le richieste hardware 163

7. I programmi principali 165
Sua maestà OpenOffice.org 165
Caricamento in un lampo 166
GNOME Office, la suite alternativa 168
Mozilla Firefox 169
Accelerare il browser 169
Il browser Google Chrome 172
Le altre applicazioni Internet 175
Evolution, soluzione completa per le email 175
I client di posta alternativi 179
Comunicare con chiunque grazie a Empathy 180
Gestire i social network 181
Telefonare con Skype 184
Un disco online con Ubuntu One 185
Sincronizzare online con Dropbox 189
Usare BitTorrent 192
Un client FTP 194
Fotoritocco con GIMP 198
Fotoritocco di base 199
I filtri magici di GIMP 202
Usare lo scanner 203
XSane 203
Il software di masterizzazione 207
K3b, il re dei programmi di masterizzazione 210
Integrare i programmi KDE in Gnome 213
I programmi Windows 215
Avviare programmi Windows con Wine 215
Creare macchine virtuali 219
L’installazione di VirtualBox 219
Il backup del sistema 224
Ripristinare un backup 227

8. Le applicazioni multimediali 229
Come sbloccare i formati audio e video 229
I filmati 231
VLC, un lettore multimediale evoluto 234
Configurare a puntino il lettore 235
Il player predefinito diventa VLC 236
Come “ridurre” i DVD 239
Da DVD a DivX 242
La TV sul computer 244
La musica 247
Tutte le radio online a portata di mouse 251
Convertire un CD in MP3 252
Convertire con ripperX 253
La configurazione di ripperX 254
Una conversione di prova 257
Convertire negli altri formati 257

9. Un sistema per tutte le esigenze 261
I computer portatili 261
Il risparmio energetico 262
Ottenere il massimo risparmio 263
Velocità sotto controllo all’avvio 265
Personalizzare la gestione dell’alimentazione 267
Se la RAM è troppo poca 268
Meno programmi all’avvio 268
Configurare la rete per risparmiare memoria 270
Togliere i servizi inutili 271
Tempi di avvio ridotti 272
Eliminare le console virtuali 272
Gli ambienti desktop alternativi 273

10. Oltre il desktop 277
Due tipi di ripetizione per due strumenti diversi 277
Gli strumenti di scheduling 278
Cron incontra anacron 278
Configurare direttamente anacron 280
Massima precisione con cron 281
Creare uno script 283
Le variabili nella shell 283
Uno script per la conversione tra formati di immagini 285
Qualche ritocco allo script 287
Leggere i parametri dal terminale 288
Lo script finale 290

Indice analitico 293

Le riflessioni sulla scrittura poetica negli spazi di Twitter del post precedente, in queste settimane, hanno cominciato a fermentare, diventando altro. Inizialmente lo stimolo è venuto da due aspetti distinti dell’apparire dei segni in Twitter.
Da una parte, mi chiedevo quale potere di direzione e di organizzazione formale potesse avere la rigorosa scansione quantitativa dei tweet: cosa diventano, dunque, i 140 caratteri dei singoli tweet quando questi vengono letti come parti di un tutto, le singole vertebre che formano la lunga e dritta colonna di una scrittura continua. Mi affascinava e mi affascina l’idea di questi ferrei blocchi di caratteri, variamente manipolabili (per diminuzione: perché è vero che un tweet è costretto in una lunghezza massima consentita ma è altrettanto vero che la scelta di lunghezze ridotte o minime può essere significativa, può far parte cioè della costruzione di senso di un tweet e di una collana di tweet), la successione dei quali può assumere il carattere di opera e non solo di flusso, con una compiutezza precipua e forse audace.
Il secondo aspetto che ha agito da stimolo è stata la presenza aliena degli hashtag. Mi sono subito chiesto se fosse possibile usare questi dando ad essi un valore pienamente semantico: si tratta, in fin dei conti, di veri e propri tagli sulla tela del flusso dei tweet, di spaccature vistose e mobili sulla crosta del racconto di sé che avviene su Twitter. Gli hashtag aprono una finestra sul mondo e da lì si vede agitare un pulviscolo denso in colpi di vento casuali. L’hashtag ribalta la scrittura su se stessa e può essere paragonato all’adozione, diffusa a partire dalla seconda metà del secolo passato, dei procedimenti di alea controllata nella scrittura musicale: anche lì l’atto di composizione si apre alla tumultuosa estemporaneità del mondo, raccogliendola in una mano e serrandola con forza.
Unendo i due stimoli e giustapponendo i due aspetti, ho iniziato a percepire i singoli tweet come delle lastre: in tutto simili a quelle lastre, abbandonate nei cantieri, sul cupo metallo delle quali passa ogni tanto un cerchio di luce. Da questa duplice suggestione è nato un piccolo esperimento, che non sa dirsi poesia e che non vuole farsi prosa. Potete trovarlo qui: http://twitter.com/marmomanna.

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