Si parla molto della mostra dedicata alla pittura di Caravaggio presente attualmente alle Scuderie del Quirinale, in suolo capitolino. Le opere visibili sono tante oppure poche? L’affluenza è galvanicamente ampia oppure tediosamente eccessiva? E via di coppie oppositive per raccomandarne o sconsigliarne la visione. Fuor dei legittimi dubbi e degli accesi entusiasmi, semplicemente segnalo un elemento contingente della mostra che, durante la mia passeggiata quirinante, ha assunto un rilievo inaspettato: l’ininterrotta fiumana estatica dei telefonanti. Claudicanti ottuagenari con movenze rugose, augusti cinquantenni d’oltralpe dal piè fermo e la mobile favella, torme d’occhi inquieti affissi alle pareti. Tutti con un’audioguida fra le mani, telefono oracolare per orecchie-occhi. Parlavano con Caravaggio, probabilmente.

Posso capire per una mostra in cui vengano esposte opere di contemporanei, classici ignoti, bigiotterie settecentesche od ombrosi ritratti di perdute famiglie. Ma Caravaggio? Quale inaspettata incursione dell’imprevisto impedisce al visitatore di sfogliare un qualsiasi volume di storia dell’arte delle scuole superiori, un’ora prima della visita? Meglio la masticazione culturale grazie alla quale s’attraversano stanze e s’intravedono barbagli sulle tele, fitte le orecchie sull’oracolo. Bolo di nozioni che nasconde la pittura alla vista, nel riempire la brocca dell’orecchio con la costanza del lavoro intellettuale. Del lavoro. Non si può guardare veramente nulla lavorando, figuriamoci Caravaggio.

Eppure bastarebbe la dimenticanza che dà la lettura (ripeto, una qualsiasi lettura), volendo: non ci si difende dall’opera, così, la si sagoma e poi si butta la sagoma insieme all’opera che la lettura ci ha fatto intuire. A meno che non si desideri proprio riempirsi di cultura; in questo caso, magari una telefonata a Caravaggio può servire.

La mia microcenturia

11 feb
2010

Microcenturie è un progetto interessante:

Racconti che edificano mondi minimi di una sola pagina, universi fatti di storie interstiziali: nascono in rete per essere poi stampati e smarriti lungo i viali, sugli autobus, nelle tasche dei passanti, nascosti ma in attesa di svelamento.
Parole come matrici delle cose, anche in pagine di carta, scritte e seminate a far bastione e contrafforte al mondo, per disegnare una nuova cartografia del reale e dell’irreale.

Partecipo a Microcenturie con un mio brevissimo scritto, una versione moderatamente rivista e lievemente corretta del testo che trovate in questo post. In attesa che la mia microcenturia venga pubblicata sul sito, i più avventurosi e situazionisti tra voi possono trovare il foglietto con il testo in via Renato Fucini a Roma, all’altezza di via Ugo Ojetti, mollemente adagiato sulla panchina della fermata dell’autobus. Se c’è ancora.

Aggiunta del 18/02/10. Il mio racconto è ora pubblicato su Microcenturie: è la microcenturia Settantanove.

Teatro dell’Opera di Roma. Dicembre 2009, La Traviata, regia di Franco Zeffirelli. Gennaio 2010, Falstaff, regia di Franco Zeffirelli. Lo dico senza remore di sorta: trovo gli spettacoli di Zeffirelli talmente noiosi da non riuscire ad essere neanche compiutamente e ostinatamente brutti. Nelle sue regie si assiste, in modo invariabile e con la tenacia sterile dell’assenza di idee, al ribattere di quel concetto di realismo scenico di bassa fantasmagoria che è solo il guscio svuotato di ogni espressione del reale: un realismo paravitale, che simula l’irruzione festosa del reale sul palcoscenico come assembramento semicaotico di persone, figure stilizzate, oggetti ed animali. Discutono vivacemente tenore e baritono? Sullo sfondo due garzoni giocano a carte. Il soprano spreme il tubo della voce per l’ultima aria, prima di cadere a terra? In un palchetto improvvisato si ode un cicalare tanto educatamente bisbigliato quanto scenicamente inutile.

È il realismo della suppellettile, del mondo come souvenir: un souvenir che vorrebbe risultare carico di senso, denso d’altrove ed è invece muto e opaco come coppa d’argento che non inluce; perché si tratta della svuotata suggestione di una suggestione, di oggetti che rimandano ad altri oggetti, in un magazzino della memoria automatica. Esiste un realismo che colma d’acque ingombranti la scena, acque che riflettono pigramente le forme del mondo, e un realismo che nasce dalla narrazione scenica. Il primo è quello di Zeffirelli, stipato di frusti vestiti d’epoca, saltimbanchi, bambini ciarlieri, venditori di frutta, apparir di comparse che scompaiono. Che rapporto sussiste tra questo incessante pestìo di piedi sul palcoscenico e il racconto operistico? Lo stesso legame che c’è tra un libro e la polvere che si deposita su di esso. Il Falstaff verdiano vive di coppie oppositive: giovani e vecchi, gabbati e gabbatori, nascondimenti e rivelazioni; niente di tutto ciò si ritrova nelle scelte registiche di Zeffirelli, attento solo ad apparecchiare la scena come fosse il tavolo di un ristorante.

È chiaro come l’effetto di tale superfetazione dell’oggettistica scenica sia un appiattimento vistoso e mortifero delle dinamiche drammaturgiche. In questo senso, se il reale della narrazione operistica è il pieno dispiegamento del racconto teatrale in musica, in tutto il bollore di contrasti ed enigmi e ritorni, una regia come quella zeffirelliana per il Falstaff è quanto di meno realistico si possa pretendere. L’occupazione armata del palcoscenico riduce l’accadere scenico ad un ventoso pulviscolo, gettato in faccia allo spettatore, così opprimente da vanificare qualsiasi tentativo di suggestione visiva. Forse le regie di Zeffirelli piacciono proprio perché eludono i problemi della rappresentazione. Fanno riposare la mente, allentano l’occhio, cullano gli sguardi tra trine profumate, militareschi assalti alla scena e lustre cianfrusaglie da robivecchi.

[Questo post è rivolto ai lettori tecnologicamente meno smaliziati, persi tra termini come e-ink, lettori di ebook e tablet. Tutti gli altri possono saltare avanti senza particolari rimpianti.]

«Nessuno ha mai detto che l’iPad sia un lettore di ebook. È anche un lettore di ebook!». Ma per carità. Reputare che l’Apple iPad fornisca, tra le altre, le funzionalità di un e-reader (lettore di ebook) è frutto di un’ambiguità, che Apple sfrutta con la consueta efficacia: un lettore di ebook non è semplicemente uno dispositivo che consenta di leggere libri elettronici (ebook) ma, più correttamente, uno strumento che permetta di leggere degli ebook per un tempo idoneo alla lunghezza dei testi; questa idoneità si realizza adottando tecniche o dispositivi che riducano al minimo l’affaticamento degli occhi e permettendo tempi di fruizione molto lunghi grazie a una durata estesa delle batterie. Perché tutto ciò? Perché un libro elettronico non è un documento non altrimenti caratterizzato: è, infatti, caratterizzato dalla lunghezza (ovviamente, non è detto che un ebook contenga il corrispettivo di centinaia e centinaia di pagine cartacee ma le aspettative di fruizione presuppongono lunghezze sostenute).

Un e-reader come l’Amazon Kindle o il Cybook Opus presenta un display di tipo e-ink: questa tecnologia permette di avere uno schermo non retroilluminato espressamente progettato per non affaticare gli occhi e consente, inoltre, una durata altissima per ciascuna ricarica della batteria, dato che il display viene spento immediatamente dopo la visualizzazione di una singola pagina. L’Apple iPad, invece, presenta un display retroilluminato. Risultato: la lettura prolungata, indispensabile per la fruizione di libri, è faticosa e stancante. La durata della batteria del tablet Apple, pur alta se messa a confronto con dispositivi similari, non può poi reggere il confronto con quella raggiungibile sugli e-reader. Il mio Cybook Opus, ad esempio, con una singola carica di batteria permette di “sfogliare” 8000 pagine virtuali: anche se le pagine sul display di un e-reader non corrispondono, per ampiezza, alle comuni pagine cartacee, un numero simile di pagine consente di leggere moltissimi romanzi prima di dover pensare a rimettere in carica il dispositivo.

In poche parole, con un e-reader vero abbiamo a nostra disposizione uno strumento che sparisce durante la fruizione dei libri: i nostri occhi non lo avvertono come un ostacolo alla lettura (un monitor comune, sì) e la ricarica è un’eventualità lontana nel tempo, inavvertita non solo durante la lettura di singoli testi ma anche nei passaggi da un libro al successivo. Per concludere, considerare l’iPad anche un e-reader sarebbe come chiamare anche macchina fotografica un dispositivo che presenti una fotocamera priva di messa a fuoco: le foto le scattiamo comunque, eh, ma queste sono inutilizzabili. Quindi, se siete lettori forti e desiderate acquistare un dispositivo allo scopo di leggere in tutta tranquillità e piacevolezza i vostri libri elettronici preferiti, lasciate perdere il nuovo nato in casa Apple. Ci potrete fare tante altre bellissime cose ma non leggere ebook. Io vi ho avvertiti.

Molti dei migliori tweet (i brevi messaggi che appaiono nel social network Twitter) sono fieramente concisi, altri allargano a dismisura il cerchio scuro dell’incertezza interpretativa. Alcuni post su Twitter, poi, coniugano con vittoriosa efficacia entrambi questi elementi. È il caso di un subito famoso tweet di Bret Easton Ellis, l’autore dei romanzi American Psycho e Le regole dell’attrazione (The Rules of Attraction). Questo messaggio è stato scritto il 28 gennaio ed è facile identificarne il contesto: la morte dello scrittore Jerome David Salinger, avvenuta nel medesimo giorno. Ecco il tweet:

Yeah!! Thank God he’s finally dead. I’ve been waiting for this day for-fucking-ever. Party tonight!!!

Tradotto in italiano suonerebbe, più o meno, così: «Evviva! Grazie a Dio è morto, finalmente. È una vita che aspetto questo giorno, che cazzo. Stasera bisogna festeggiare!!!». Se il contesto del breve messaggio è facilmente scioglibile, più difficile è l’interpretazione del messaggio stesso. Bret Easton Ellis è contento della morte di Salinger perché non ama l’autore o il romanzo più noto di questo, Il giovane Holden (The Catcher in the Rye)? Lo scrittore di American Psycho vuole ribaltare la retorica meccanica che porta ad esaltare l’appena-morto o desidera manifestare il fastidio per il peso opprimente dell’opera di Salinger? Oppure, ancora, il tweet fornisce una sapida autoparodia del mondo narrativo di Ellis?

Butto qui un’interpretazione alternativa: io credo che Bret Easton Ellis sia, in realtà, un fervido ammiratore di Salinger, autore che per una vita intera ha cercato di essere un classico (sparendo, letteralmente) ed ora classico lo è diventato sul serio. Perché si diventa dei classici solo morendo, per mille ragioni note e meno note (una delle quali è che si preferisce, comunemente, parlare con i morti piuttosto che stimare i vivi). In realtà, questo denso tweet di Ellis l’avrebbe potuto scrivere Salinger stesso.

Soul Kitchen di Fatih Akin, il regista di Ai confini del paradiso e La sposa turca, è un film decisamente facilone, che imbocca sempre i percorsi narrativi più semplici ed ovvii e costruisce situazioni comiche linguisticamente al livello dei teen movie più sboccacciati. Si salva per alcune incisive pennellate nel descrivere l’ambiente (ma quel meticciato culturale da movida perenne è posticcio come l’anatra alla pechinese di un ristorantaccio di quartiere) e perché, comunque, il regista ha mano ferma nel tenere la narrazione filmica dall’inizio alla fine, senza eccessive sbavature. Una pellicola passabile se, come a me, a voi piace andare al cinema per andare al cinema; se cercate il regista de La sposa turca, però, è meglio che giriate al largo.

Il film di Fatih Akin presenta diversi punti di contatto con Clerks (Kevin Smith, 1994): una ostentata cifra antiautoriale, la verbosità debordante e spesso mantenuta su un registro greve, il conflitto tra la smunta ufficialità di ruoli e riti sociali e la vitale e magmatica e incontrollabile approssimazione del privato. Ma Clerks, secondo me, funziona meglio di Soul Kitchen grazie ad un nihilismo di fondo che, nel primo, olia perfettamente quella verve parolacciaia e dissacratoria: in Clerks tutto viene riassorbito dalla parola, perché è un mondo di parole, per il resto privo di spessore e connotazioni oggettive forti. In Soul Kitchen non c’è alcun nihilismo ad imbevere personaggi, linguaggi e ambienti: quello che troviamo è, al contrario, un piccolo e tradizionale romanzo di formazione, come appunto avviene in molti teen movie; come nei teen movie, del resto, il protagonista impacciato e debole si fa permeare dalla realtà circostante fino alla crescita finale, subita più che voluta (il che spiega anche il carattere sotterraneamente elegiaco, pur nella corrività delle scelte narrative e linguistiche, di film come American Pie).

Ma quella verbosità piccata e piccante che funzionava in Clerks, in Soul Kitchen non aderisce con saldezza al complessivo impianto filmico. Ciò può derivare, a mio parere, dalla presenza nella pellicola di Fatih Akin di un personaggio centrale da far crescere, bloccare o regredire a seconda del percorso narrativo desiderato: quella verbosità da cinema underground deve girare virtuosamente a vuoto, senza personaggi accentratori a cui ancorarsi, altrimenti diviene sostanzialmente inefficace (e l’anziano Sokrates di Soul Kitchen, petulante nella foga verbale, è un esempio negativo di tale malfunzionamento della macchina cinematografica). Clerks e Soul Kitchen, tra l’altro, presentano una scena in comune, almeno per alcuni vistosi elementi: in entrambi i film si assiste, direttamente o indirettamente, a un funerale ed in entrambi i casi avviene un contatto fisico tra i protagonisti e la bara del defunto. Se in Clerks la scena è funzionale alla dissacrazione generale, spingendola oltre, in Soul Kitchen troviamo solo una situazione superficialmente comica, che non aggiunge nulla né allo sviluppo del personaggio né alla narrazione complessiva.

Soul Kitchen. Regia: Fatih Akin Cast: Adam Bousdoukos, Moritz Bleibtreu, Birol Ünel, Anna Bederke, Pheline Roggan Durata: 99′ Anno: 2009

Guida completa ai ristoranti di New York, da Dissapore:

Gira gira la questione è sempre la stessa: l’annus horribilis 2009. E se conosciamo la reazione dei ristoratori italiani (hanno avuto una reazione?) può essere interessante spigolare cosa capita all’estero. New York City, capitale mangereccia d’America e forse del mondo, è una buona cartina di tornasole. La New York di Lehman Brothers, del Nasdaq, di Wall Street e delle banche che c’erano e non ci sono più. La New York del crollo del mercato immobiliare e del dollaro che vale meno del dinaro yugoslavo. La New York che dopo lo shock del nine-eleven 2001 ha vissuto anni di boom gastronomico e che, di conseguenza, era candidata al crollo verticale proprio nei settori troppo cresciuti: finanza, immobiliare, cibo.

Sì, cibo. Alla stessa stregua di azioni e mattone perché a New York il cibo è industria; il comparto ristorazione significa giro di denaro e posti di lavoro, stipendi alti e molto alti, indotto: dai taxi agli arredatori, dai manager ai grafici. Sta di fatto che nei tre settori che abbiamo preso in esame, la finanza ha avuto il suo crollo, l’immobiliare s’è ridimensionato e la ristorazione… è cresciuta.

Come hanno fatto gli osti di Manhattan e Brooklyn a far bingo in questa maniera? Come mai i ristoranti sono pieni zeppi pure al lunedì mattina? Perché è ormai la norma lavorare su tre turni accogliendo i primi forzati gourmet già alle sei del pomeriggio?

Altra cosa da non sottovalutare, la capacità del settore di fare sistema, di porsi come interlocutore verso realtà pubbliche e private. Come dimostra la Restaurant Week, kermesse semestrale in scena da ieri e fino 25 gennaio. Detto in soldoni, nel periodo più morto della stagione turistica i ristoranti che aderiscono alla Restaurant Week, compresi i super big, offrono la possibilità di degustazioni a 24 dollari a pranzo e 35 a cena. I ristoratori fanno un investimento, ne guadagnano però in promozione dei loro locali. Soprattutto, creano le condizioni affinché lieviti il pubblico, offrono a chi non può permetterselo la possibilità di entrare nei tempi della gastronomia, mirano ad avvicinare i giovani che sono i clienti di domani. Successo su tutta la linea per un approccio che la dice lunghissima.

Tempi di crisi. A Roma i ristoranti chiudono, a New York aprono. A Roma ringrazi commosso e con pudichi occhi bassi se in un locale di medio livello riesci a pagare 50€ per un pasto, a New York – nota baraccopoli dall’opaco futuro economico – è possibile cenare con il corrispettivo di 25€ e pranzare con 17€, grazie alla Restaurant Week. «Ma gli affitti a Roma sono salatissimi!». Certo, invece sulla Fifth Avenue i locali sono a buon mercato. «Ancora con questa riduzione dei costi: ma lo volete capire che la qualità si paga? Non possiamo risparmiare sulla materia prima, lo facciamo per voi clienti!». Sì, buonanotte. Nessuno pretende che abbassiate la qualità della materia prima: semplicemente, togliete tartufetti e asticini dai menu e sbizzarritevi con materie prime più povere ma sapidissime. Non abbassate la qualità degli ingredienti, cambiateli.

Servono davvero settantadue bicchieri in tavola? E se mettessimo una tovaglietta di carta ogni tanto (no, non vale se mi piazzi davanti un pauperistico lenzuoletto di carta e poi fai trovare sul menu un piatto di amatriciana a 20€)? Una lista di vini ampia e con profondità d’annata copiosa e inebriante è certo un piacere da sfogliare ma siamo sicuri sicuri che, con i costi che comporta, sia adatta al vostro locale? Non sarà mica che senza 12 annate di Sassicaia pensate che nessuna Guida Gastronomica Stellata vi degni di una cortese visita? Non sarà mica che è (era) più facile attirare una sparuta clientela danarosa ma gastronomicamente incolta con tonitruanti fagiani satollati di fuagrà e cruderie da ombrosa crosta fiamminga piuttosto che rinsaldare la presenza di una clientela accorta, tanto accorta da capire se sapete friggere con saldezza delle acciughe? Non sarà che è semplice nascondere i ricarichi su auree materie prime ignote ai più, mentre il costo di una braciola di maiale lo si ha impresso nella mente come il rosso acceso di un divieto stradale?

La filiera alimentare in Italia è da paese del terzo mondo? Già. Ma dato per acclarato ciò e a parte il fatto che a New York non è che la materia prima sia così a buon mercato, non ho mai visto alcuna militaresca delegazione di ristoratori lamentarsi di questo, non ho mai visto rabbiosi sit-in con forchetta e mattarello. Magari perché è (era) più semplice alzare i prezzi piuttosto che fare corpo comune, ristoratori con altri ristoratori, e organizzarsi.

Licenziosità varie

26 gen
2010

Da oggi, la licenza adottata da questo blog non è più la Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate ma Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate. In poche parole, potete smerciare in lungo e in largo et impunemente i post pubblicati qui, però nel far questo dovete comunicare che i contenuti li ho scritti io, non potete usare quanto pubblicato qui per fini commerciali e, infine, non potete modificare i post stessi. Ovviamente, tutto ciò indica cosa non potete fare senza uno specifico accordo con me; accordandoci (aumm, aumm) si può far tutto, teoricamente.

Riscaldate l’Amazon Kindle, accendete il vostro lettore di ebook Bookeen o Sony e collegatelo vittoriosamente al PC: ecco l’ebook, curato da me, contenente l’opera poetica di Carlo Vallini. Per chi avesse seguito la precedenti tappe della stesura di questo libro elettronico, l’ebook attuale contiene correzioni alle trascrizioni presentate qui precedentemente e alcune integrazioni allo scritto introduttivo. Volete mettere, poi, la comodità di avere entrambe le raccolte poetiche, La rinunzia e Un giorno, in un unico libro?

L’ebook è disponibile nei formati PDF A4, Mobipocket per Kindle ed EPUB per gli altri principali e-reader. La qualità dei formati EPUB e Mobipocket è certo migliorabile, soprattutto quella del secondo: abbiate pazienza, ci saranno con tutta probabilità nuove versioni dell’ebook.

Quale sotterranea mitologia nascondono l’idea di economia dell’attenzione e quella, relativa, di un universo dell’informazione caratterizzato da una sovrabbondanza stordente di dati da elaborare? Scrive Stowe Boyd nel suo blog, tra numerosi altri spunti di interesse, che l’economia dell’attenzione può venire letta come una rievocazione del mito dell’età dell’oro: in questo caso, l’età mitica in cui tempo disponibile e conoscenze acquisibili erano in perfetta armonia con lo sviluppo dell’essere umano.

Stowe Boyd risponde a questo mito con un altro mito, quello moderno per eccellenza delle facoltà cognitive umane progressivamente estendibili, all’interno di società via via sempre più complesse e articolate. È, insomma, la pacifica specularità tra uomo e società lanciati in un processo infinito di ampliamento e arricchimento: il mito moderno per eccellenza, se ne esiste uno. Il contrario di un luogo comune, dunque, è esso stesso un ulteriore luogo comune, se ci spostiamo dall’ambito di perlustrazione di miti e trasformiamo questi ultimi nelle parole incancrenite e sterili che sono l’orma di miti che girano a vuoto.

Cosa hanno in comune il mito dell’età dell’oro e quello della progressività delle conoscenze e delle società? Sono entrambi miti dell’abbandono. Il secondo è l’immagine di un abbandono fiducioso al processo inteso come moderna teleologia mentre il primo mostra uno sfiduciato e inerte abbandono al presente irrecuperabile, data la perdita aurea iniziale. Sono dunque due miti di passività e questo, forse, spiega come mai sia possibile passare liquidamente dall’uno all’altro quando, come in questo caso, la riflessione sulla conoscenza deve fare i conti con le inesauste fucine dell’informazione contemporanea. Del resto, la stessa economia dell’attenzione può essere letta come una teoria di adattamento e assestamento cognitivo, proprio come desiderato da Stowe Boyd: i due miti risultano, negli esiti, coincidenti.

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