L’allestimento del Wozzeck di Alban Berg messo in scena all’Opera di Roma si avvale della regia di Giancarlo Del Monaco. La messinscena è privata degli elementi realistici che esulino dal puro apparire e scomparire dei personaggi; questi entrano ed escono dallo sguardo dello spettatore per mezzo di alcune botole nel pavimento, mentre lo spazio che separa un personaggio dall’altro è uno spazio meramente geometrico-simbolico (non muta al mutare delle scene), costituito da un declivio che attraversa l’intero palcoscenico. Un filo di luce taglia diagonalmente la scena, di colore cangiante a contrappuntare visivamente l’accadere scenico.
Non voglio qui, ovviamente, discutere di massimi sistemi, del valore conoscitivo delle sedicenti regie moderne o delle care abitudini di quelle ostinatamente d’antan, di quelle avvolte cioè dal fiato caldo dell’artigianato, odor di trucioli ed autore intabarrato come un monumento. Una regia, o una semplice messinscena, funziona quando un testo non ci perde a “ritornare orale” sulla scena; un testo è un organismo e, quando è grande, è un organismo compiuto. Un regista prende il vaso così come lo trova, lo ribalta stringendo i fiori con le mani e spera che con l’acqua tolta non sparisca anche il profumo.
Qual è il profumo rimasto da questo Wozzeck? L’aver spolpato l’opera (e il dramma da cui è tratta) eliminando riferimenti visivi a luoghi ed oggetti, l’ha sottratta al Mondo. Ciò porta ad appiattire il rilievo del protagonista, stemperandone la forza di eversione conoscitiva: per la lettura di Del Monaco Wozzeck ha già inghiottito il mondo appena entra in scena, tutta la sua esperienza non è altro che un vagare di ombre dietro le spalle. Il palcoscenico è un luogo mentale ed è il gioco teatrale nella mente di Wozzeck: tesi legittima (e con risultati scenici sovente di estrema suggestione) ma che fa diventare il protagonista uno dei tanti ciechi che popolano l’opera di Berg. Ciechi per squallida volontà di potenza (“scientifica” o militare, non fa differenza), ciechi perchè lo specchio di Marie s’è rotto e l’immagine (il femminile e il maschile, la seduzione e la vanità intercambiabili) è diventata immaginario sozzo e putrescente, ciechi infine per propria volontà mediante l’alcool, la stupidità o la dimenticanza. Wozzeck vede e vede troppo: ha occhi, mani, bocca spalancati. Gli altri personaggi maschili, invece di pensare e vedere, hanno idee e scrutano: idee, ovviamente, prese in prestito da altri. Pensare e vedere per Wozzeck è ri-costruire la realtà in forme cromatiche, primordiali, in un titanismo dell’espressione che è commovente nell’impotenza perchè è contemporaneo ad una perlustrazione dolorosa del mondo. Un attimo prima del Nulla c’è (il) rosso. Tutto ciò è ovvio ma viene ridimensionato dalla connotazione astratta della messinscena: rimane il personaggio Wozzeck con gli occhi rivolti all’indentro, per usare un’espressione cioraniana, ciò che si perde (ed è perdita di rilievo) è che gli occhi li sta rivoltando all’indentro davanti a noi.
Wozzeck, Teatro dell’Opera di Roma. 23 Ottobre 2007. Direttore Gianluigi Gelmetti, Regia Giancarlo Del Monaco, Wozzeck Jacek Jan Strauch, Marie Eilana Lappalainen, Tambourmajor Kristjan Johannsson.
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