A volte un istante di quiete

13 nov
2007

Solitamente, i giudizi che concernono musicisti o dischi rock presentano una forte componente storica nella valutazione, lasciando in secondo piano considerazioni più prettamente estetiche. Ciò è strettamente connesso, senz’altro, a quell’universo del giudizio che gravita intorno alla musica popolare tout court; con tutta probabilità, però, nel rock è presente un’accentuata storicizzazione anche per motivi interni alla stessa produzione musicale: il rock nasce come emanazione di energie di un singolo verso una collettività di ascoltatori ed è chiaro come non possa esistere emanazione senza il concetto di origine.

Un disco, cioè, deve rendere riconoscibile il proprio agente: non c’è nulla nella produzione di un Elvis Presley, ad esempio, che non rimandi direttamente ad Elvis Presley come emanatore – prima di qualsiasi considerazione estetica. L’estetica, infatti, crea forme e queste possono certo prescindere dall’identificazione di un agente. A parere di chi scrive, è comunque rimasta in molta critica rock l’idea di questa erogazione di forze come motore musicale, un segno debordante che evita l’idea del clone come un fantasma scomodo: l’inimitabilità è il carattere (posticcio) del rock, perché l’uguale non può che rimandare ad un universo puramente estetico di forme – in queste, attraverso la similitudine e la relazione della vicinanza, sarebbe possibile costituire un linguaggio compiuto. Non a caso nella politica musicale del punk (almeno in quello di matrice inglese) l’urgenza individualistica ed antiutopica faceva tutt’uno con la disarticolazione programmatica di qualsiasi ipotesi di linguaggio strutturato.

Questo terrore del clone e dello speculare, se abbandonato grazie ad una storicizzazione (questa sì) salutare della percezione, potrebbe portare ad una più serena valutazione, ad esempio, della produzione pop italiana: il cosidetto progressive rock nostrano. Chiaramente, in una panoramica sulla musica popolare nel nostro paese è difficile che manchi menzione di Area, Premiata Forneria Marconi o Banco Del Mutuo Soccorso. I dischi di questi complessi hanno sicuramente un valore storico rilevante (relativamente storico, si intende). Eppure, piccole gemme come i dischi dei Murple, degli Apoteosi o dei Genfuoco sono raramente citate anche dall’appassionato più benevolo: per lo più, vengono affrettatamente riposti tra i prodotti di microartigianato musicale, delle esangui copie dai maestri esteri – se va bene, gradevoli ninnoli per carezzare e vezzeggiare la propria memoria d’ascoltatori e nulla più.

Certo, è indubitabile che dietro alle note dei Maxophone ci siano ore ed ore di ascolto della produzione dei Genesis, così come è indubitabile che i Picchio Dal Pozzo sapessero a memoria i dischi dei Soft Machine. In chiave schiettamente nazionale, è altresì palese che senza l’esistenza di PFM e Banco buona parte dei gruppi cosiddetti “minori” avrebbero percorso strade musicali diverse da quelle testimoniate dai dischi. Eppure, si provi a trasportare quest’approccio meramente e meccanicamente storicizzante alla percezione degli autori e delle forme nella musica cosiddetta classica: nessuno si sognerebbe di anteporre l’onesto Sammartini a Mozart, solo perchè il primo ha composto in forma sinfonica prima del genio di Salisburgo. Si tratta certo di un paragone più paradossale che direttamente rivelatore: nel rock si antepongono i King Crimson ai Museo Rosenbach anche perchè di novelli Mozart con chitarra elettrica e mellotron non se ne sono visti. Eppure, la fruizione di un nutrito numero di dischi di progressive rock italiano trarrebbe notevoli benefici da un ascolto in cui non si cercasse subito di mettere disciplinatamente in fila le opere in ordine di anno di uscita (per fare questo, però, ci vuole un orecchio che riesca a distinguere la forma dal prestito, la clonazione dalla vicinanza estetica, il mero riporto di un’esperienza musicale antecedente dalla ricreazione interna ad un linguaggio codificato e ricodificato di continuo).

Forse le lucciole non si amano più dei Locanda delle Fate è un disco visceralmente ed al tempo stesso freddamente manierista. Non nasconde certo le proprie influenze: i Genesis del “periodo di mezzo” (A trick of the Tail e Wind & Wuthering), qualche spruzzata di Gentle Giant. Ma è tutto, come dire, riportato oltre la linea dell’orizzonte; i tempi sono spesso congelati in un’immobilità densa, ma è una coltre immobile che non ha nulla a che vedere con le atmosfere vitree di certo rock cosmico tedesco. Il disco, a ripetuti ascolti, non perde in suggestione: ha certo momenti di stanca ma questi, in modo non prevedibile, entrano comunque in circolo nell’insieme delle tracce e “funzionano”. Ci si può chiedere il motivo di tutto ciò, anche perché effettivamente è difficile scrollarsi di dosso l’idea che si tratti, in ogni caso, semplicemente di un buon disco come tanti.

Il punto è che i testi (non belli, certo, con un’approssimazione da ellissi cantautoriale nel conio dei versi che può dare fastidio) e la musica collaborano nascostamente. Dietro l’ascoltatore. I testi di tutti i brani non fanno che ribattere su di un unico concetto, la perdita delle illusioni; con tutto il corollario di vagheggiamenti e ripiegamenti interiori da romanticismo tedesco di seconda mano. Ed è proprio su questo piano, di per sé decisamente frusto e vieto nei contenuti, che la musica può scoprire le sue armi di seduzione migliori: l’ascoltatore si accorge che, più che di citazioni e riporti, si tratta di carnevalizzazioni musicali; si ha l’impressione che si ascolti in filigrana Genesis e Gentle Giant perché nell’atto musicale non si può che portare una maschera – e, come ci fanno intuire i testi (ripeto, non belli), dietro ogni maschera si nasconde l’immagine di un teschio, come in ogni vanitas che si rispetti.

È in questo incontro tra un manierismo “popolare” e l’incedere malinconico e mortuale dei tempi (confermato anziché negato dagli scatti nei cambi di tempo) che l’ascolto si rinnova e produce senso. Tra i brani del disco si segnalano “A volte un istante di quiete“, lo strumentale d’apertura, “Sogno di Estunno” e la conclusiva “Vendesi saggezza”.

Locanda delle Fate – Forse le lucciole non si amano più. Polydor 1977.

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