Con lo spirito di un entomologo, bonario ma non troppo, giorni fa ho ascoltato (o, per meglio dire, riascoltato – si tratta infatti di uno degli inevitabili martellanti cerchi estivi di suoni e parole, veicolati da stabilimenti più o meno balneari e dagli altoparlanti delle automobili con proprietario certamente villano: un tormentone estivo) Sei un mito del gruppo musicale 883. Paleoarcheologia di brodume pop, nonostante il pezzo abbia sì e no quindici anni. Certo. Che il brano sia mediocremente orribile (come tanti altri, del resto) non è in discussione, quello che incuriosisce è il modo in cui lo è. Il peso specifico della sua vacuità, insomma.
La musica (un plumbeo crocevia fra sonorità da jingle pubblicitario, suonerie di cellulare e timbri che incarnano un’ossessività ottusa e chiusa, senza uno spiraglio di luce, da discobalera agostana), nel male, non è nulla di rilevante. L’acume, l’interesse, il lampo nella fanghiglia: ecco la voce. Sembra solo gracchiante, all’inizio, la voce. Ma è un gracidìo che occupa spazio, come un acuto svettante da soprano che incontri a mezza via un rutto e se ne involga. Anche i testi, brutti sì ma senza slanci. Quello che conta nelle parole avviene alle loro spalle, con quegli accenti grevi, di una pesantezza graveolente e ribattuta senza tregua. È la figura di un quadro ritmico-timbrico compiuto, che ha il passo simulante solidità e sicurezza, la medesima posa tra lo stolido ed il tracotante del ripetente alle scuole medie.
Cosa vien fuori da questa mota di voce ed accenti? Un immaginario piccolo (privato, non nel senso di un privato contrapposto ad un pubblico, ma di un luogo mentale privato di una pur degradata sfera collettiva) ed ovviamente stereotipato, lo stesso su cui ora basano il proprio successo riviste come Men’s Health o similari. Il pubblico presupposto deve essere certamente affine: la stessa riduzione dell’esistente a meccanismo rassicurante, qui con in più la spregiudicatezza (siamo nel 2008, per diamine!) di perorazioni ginnicosessuali (in cui manca qualsiasi atto proiettivo del desiderio, appunto perché il ‘desiderante’ non deve far altro che entrare nella catena giusta di cause ed effetti…) e di un apparato tecnicistico costantemente aggiornato: il cellulare con le curve ed il perenne sogno di un’amante latina grigio-metallizzata (ma ora, chiaramente, la sessualizzazione del mondo degli oggetti ha come bersaglio nascosto più che altro gli occhiali da sole – ormai devono essere in pochi quelli rimasti a lucidare e nettare automobili, anche perché di automobili se ne cambiano meno che di occhiali).
La medesima atrofia di una vita realmente pubblica, tra le pagine di Men’s Health e tra le pieghe delle (innocue) canzoncine per l’estate. Si capisce come in Italia un brano come Sei un mito abbia avuto successo.
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