In ritardo come mio solito sull’entropia dell’universo, sto scoprendo ora Jamendo. L’idea distributiva che cementa questo archivio/rete sociale è, come noto, basata sulle licenze Creative Commons. Durante gli ascolti di questi giorni mi sono accorto di una caratteristica del network che trovo interessante: la fruizione della musica qui mantiene qualcosa dell’ascolto della radio, l’aura della compartecipazione.
Sintonizzandoci sulle frequenze di una stazione in FM, come è ovvio a tutti, “apparteniamo” a quell’insieme di persone che sono sintonizzate nello stesso istante sulla stessa frequenza e tale appartenenza è avvertibile nelle stesse dinamiche di fruizione. Nel richiamare l’ambito di ascolto della radio discutendo di Jamendo, però, non mi riferisco alla semplice fruizione degli stream audio dal sito di questo secondo, ma proprio all’ascolto musicale successivo al download: pur ritagliato nelle forme della fruizione parcellare (dall’hard disk del PC, da un lettore MP3 e così via), l’ascolto dei brani e degli album scaricati da Jamendo rimanda costantemente ad un gruppo di appartenenza.
Qualcosa di simile è rinvenibile anche nei network peer-to-peer classici, con la differenza che lì la condivisione delle informazioni sulla musica scaricata e l’emersione di giudizi avviene in forma semipubblica: si condivide l’esperienza della fruizione, futura o passata, a-tu-per-tu (e questo, chiaramente, anche per il carattere semipubblico del filesharing per come lo si è conosciuto storicamente). In Jamendo, invece, la socialità della condivisione della musica diventa una piena socialità del giudizio: si indicano i propri artisti preferiti, li si confronta con altri presenti nella stessa infrastruttura, si costruiscono prospettive grazie alle quali orientarsi fra le migliaia di oggetti musicali da ascoltare in streaming o scaricare direttamente; magari si finisce per creare una segmentazione interna tra ciò che merita di essere prelevato e ciò che inevitabilmente finisce per essere relegato nella “camera oscura” dello streaming.
Certo, ciò deriva anche dal fatto che in tale rete la stratificazione dell’offerta musicale (che non è solo la stratificazione in categorie della merce – jazz, heavy metal, pop, ecc… – ma anche quella del bello e del brutto, cioè si tratta di una stratificazione anche formalmente estetica) deve venire, come si sa, dal basso: una distribuzione centrifuga come quella sorta dall’adozione programmatica delle Creative Commons, infatti, richiede una redistribuzione delle competenze prima incarnate dalle case discografiche e dalla critica “ufficiale”.
Probabilmente la stratificazione, e quindi la visibilità di determinati artisti rispetto al resto posto in ombra, avverrà sia attraverso dinamiche interne (mediante la comunità di Jamendo) sia attraverso dinamiche esterne (come effetto, ad esempio, della capacità di singoli artisti o band di costruire un seguito di pubblico nei concerti).
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