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Ho l’impressione che il tronco principale dell’acre ed estenuante (ma solo per vacuità, il che la rende ancora più estenuante) polemica tra giornalismo tradizionale e blogger sia l’effetto di una sovrapposizione, probabilmente tutta italiana, tra l’universo pubblico e la categoria del memorabile. Nel nostro paese l’emersione alla sfera pubblica avviene, per molti versi ed in molti campi, per le Grazie di una trafila burocratica che premia, semplicemente, la tenacia personale (una qualità, diciamo, più vicina all’abbarbicarsi di una pianta ad uno scoglio che al segno di un dispiego di forze morali od intellettuali).
È ovvio, quindi, come in tutto questo si possa insinuare facilmente una falsa coscienza, piccola piccola ma dall’edace potere illusionistico: la falsa coscienza di credere che la tenacia mediante la quali si è diventati pubblici sia un avamposto delle qualità del pubblico, da difendere con le unghie (la falsa coscienza sta, essenzialmente, nel fatto di confondere a bella posta la fatica spesa per divenire pubblici con attestati qualitativi, personali o di categoria che siano). Nei termini più alti, la qualità dell’essere pubblici è l’essere memorabili (l’essere, cioè, degni di memoria); il più della volte l’essere pubblici significa, meramente, avere visibilità e possedere il mutevole potere della visibilità.
L’attrito ferrigno tra giornalismo tradizionale (non tutto, ovviamente) e blogger sta nella ristrutturazione della sfera pubblica attuata dalla diffusione dei blog: è una banalità bella e buona ma prima dei blog il dire pubblicamente presupponeva un processo di selezione, un’economia (entrare nella sfera pubblica, prima, aveva dei costi ingenti) e la costruzione di alleanze (fosse anche solo quella dei contatti con gli editori). Creare e mantenere un blog, come sanno tutti, non costa nulla né in termini meramente economici né in termini di costruzione e selezione (investire, costruire e selezionare potevano costituire i poli di una vita in vista di un’esposizione al pubblico). Avere un blog, va da sé, non rende memorabile l’autore del blog stesso ma anche avere una pagina su di un quotidiano nazionale (o la prima serata in TV) non rende memorabili, non attesta alcuna memorabilità. È per questa ragione che tutte le discussioni sulla presunta scarsa qualità dei blog (quali? tutti? il 90%?) sono aria fritta: anche la gran parte degli articoli sui quotidiani italiani “non sono granché” eppure nessuno se ne scandalizza (proprio perché lì il fatto stesso di essere visibili – cioè pubblici – attesta una qualità, a causa della falsa coscienza).
In Italia, temo, questo rapido smottamento del pubblico, della fatica del pubblico che da un giorno all’altro diviene trapasso repentino del privato nel pubblico (non a caso è proprio questa apparente dicotomia privato/pubblico nei blog ad aver attirato le attenzioni morbose e le ire mordaci della stampa e della TV meno, diciamo, culturalmente stringenti…), è stato enormemente amplificato dai compartimenti stagni e corporazioni in cui è segmentata la visibilità pubblica (la presenza di un Ordine dei Giornalisti, ad esempio). Perché, molto semplicemente e candidamente, chi ha fatto la fila per decenni vuole che si faccia la fila per sempre.
Qualche link recente per contestualizzare:
Da Quinta ‘s weblog, uno e due e da Manteblog.
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6 Responses to La sfera pubblica ed il memorabile
kwmarco
marzo 2nd, 2008 at 12:28
Ma che significa?
lealidellafarfalla
marzo 2nd, 2008 at 16:52
L’idea che qualcuno salti la gavetta crea problemi, evidentemente. Ma c’è, forse, anche il timore di sentirsi deligittimati di uno status di credibilità acquisito che si ritiene sempre di più esposto a critiche ritenute ingiustificate a priori.
ilbardo
marzo 3rd, 2008 at 01:16
Questo post mi ricorda alcuni vecchi tomi di filosofia del diritto.
1. Le alghe si attaccano agli scogli e non le piante.
2. Io mi scandalizzo per la qualità degli articoli pubblicati sui giornali italiani, come tutte le persone di buon senso e sufficiente intelligenza io conosca.
Quando invece incappo in postg come questo, metto semplicemente il blog in una bella blacklist, facendomi tante risate sulla presunzione e l’umana supponenza e la scarsa pratica del vocabolario della lingua italiana (non filosofico).
alessandro
marzo 3rd, 2008 at 08:47
@ilbardo – Dovevi leggere un po’ meno tomi di filosofia del diritto e un po’ più di letteratura (suggerimento: Eugenio Montale, L’agave su lo scoglio, Meriggi e ombre, Ossi di Seppia). Ah, visto che apri un libro, cerca anche sul dizionario la parola “moderare”. Avanti un altro.
alessandro
marzo 3rd, 2008 at 08:50
@kwmarco – Non ti preoccupare, a breve posto una traduzione.
alessandro
marzo 3rd, 2008 at 12:08
@lealidellafarfalla – Quello che dici è ragionevole. Io, però, credo che il buon giornalismo si veda anche dall’origine di quello status di credibilità, che nei casi migliori viene dato dinamicamente e si può perdere con subitanea rapidità. È, banalmente, ciò che si scrive giornalmente a dare credibilità, non il fatto che si partecipi ad una happy few di persone che vengono lette. E se la credibilità già può toglierla o rinvigorirla ciò che scriviamo, i blog finiscono per fare decisamente meno paura. Magari, absit iniuria verbis, un giornalista finisce per aprirselo anche lui un blog; del resto, appunto, mica ce lo vedo un Federico Rampini (per indicare un giornalista valido, poi ognuno nella casella ci mette chi vuole…) ad inveire con acrimonia contro i perfidi e mefitici blog.