Ascoltando Nòvacast 113. La vittoria del flusso sulla trasmissione.

5 mar
2008

Non mi piace Nòvacast, il podcast di Nova24. La ragione è molto semplice: l’impostazione del podcast finisce per ricalcare quella del flusso della radio tradizionale, invece di adattare e trasformare l’idea di trasmissione radio. Credo che un’impostazione del genere non funzioni, almeno allo stato attuale della fruizione dei podcast: infatti, la radio come flusso continuo ed “analogico” di suoni, brusii, informazioni e musica presuppone un contatto il meno mediato possibile tra ascoltatore e medium; il flusso è virtuoso perché il fruitore percepisce così vicino a sé il medium radio da poter abolire le barriere di un’assimilazione discreta. Tra il momento in cui accendiamo la radio e quell’accecante fiume in piena di suoni che tracimano non c’è frattura, così come non c’è frattura tra l’accendere la TV e seguirne lo stream.

Dicevo che Nòvacast è più simile al flusso radio piuttosto che ad una trasmissione radio. Nòvast, infatti, a differenza di molti altri podcast non segmenta la trasmissione mediante una scaletta riconoscibile, né ha una conduzione monologante o dialogante; la conduzione è, invece, affidata a più voci spesso disarticolate, talune volte sovrapposte. Proprio come quando avanziamo incerti di stazione radio in stazione radio.

Perché credo che questa impostazione non sia adatta al podcast? Per il semplice motivo che un podcast va scaricato con il PC, va copiato o sincronizzato sul lettore MP3 e, solo a questo punto, può essere ascoltato. Non è presenta ancora, insomma, quell’immediatezza di fruizione che rende accettabile l’abbandono ad un pervasivo flusso sonoro. Al contrario e proprio per la ragione suddetta di non immediatezza della fruzione, un podcast lo si ascolta perché fornisce non uno stream ma una trasmissione: cioè un contenitore discreto (digitale, per continuare la metafora iniziale) a cui siamo interessati per ottenere informazioni o per un appagamento estetico mirato (come quello fornito da una trasmissione di Jazz di nostro gusto, ad esempio). Questo almeno per quanto mi riguarda. Insomma, secondo me il cicaleccio brulicante (magari anche utilizzato come una sorta di guaina protettiva per le informazioni e l’appagamento musicale) nei podcast è un notevole errore di prospettiva.

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