Il rock come materiale di scambio. Prog/Blog.

8 mar
2008

Una possibile obiezione a quanto scritto in questo post: in realtà, nella storia del rock non si è creato quel cortocircuito che porta ad una storia dell’articolazione linguistica e della stratificazione delle forme semplicemente perché il rock possiede vita breve, mentre le caratteristiche che scorgiamo retrospettivamente andando a guardare dall’alto, come in cima ad un dirupo, gli sviluppi della musica “colta” europea si devono, essenzialmente, al carattere secolare di questi stessi sviluppi.

Si tratta, secondo me, di una obiezione debole. Sarebbe sufficiente il controesempio del Jazz per eliminare qualsiasi punta di efficacia da essa: il Jazz ha avuto uno sviluppo vertiginoso in una manciata di decenni e, cosa ancor più essenziale, tale sviluppo è comunemente percepito come percorso linguistico nel tempo. Magari, e lo ripeto sibilante sottovoce ed aggiungendo nuove facce al prisma mutevole di questa serie di post sul rock, il carattere eruttivo e disgregato della forma rock deriva eminentemente dal fatto che quest’ultimo nasce come materiale di scambio: scambio di energie, cambio di status (dal privato al pubblico) nello scambio, scambio di identità. E da questa nascita non s’allontana e non vuole allontanarsi.

Dal privato al pubblico. Taluni affermano che il rock, nella sua esplosione collettiva ed aggregante innescatasi intorno alla seconda parte degli anni ’60 e consolidatasi poi nella manciata di anni successivi, sia stato una sorta di Internet prima di Internet (Internet 0.1, per chi dovesse amare gli slogan più icastici…). Tesi affascinante. Soprattutto se la si vede legata ad un medesimo passaggio di status dal privato al pubblico di una massa eterogenea di persone in precedenza senza voce.

Per estendere questo fertile parallelismo: certo sarà una ben gracile notazione, ma non credo di essere l’unico ad aver notato una curiosa somiglianza tra i nomi dei gruppi di progressive rock, principalmente in Italia, ed i nomi dei blog, in particolar modo nel nostro paese. In entrambi i casi si assiste sovente ad un virtuosismo verbale naïf, ad un poeticismo della conglobazione corrivamente ardita e, certo, dalla suggestione facile facile ma che, a mio parere, testimoniavano e testimoniano un tentativo di liberazione dai lacci di un’espressione pubblica avvertita, nella sua essenza più intima, come accademica e bolsa (chiaramente, non è solo… questione di nomi: nel progressive rock si aveva, spesso, una percezione dei “generi” musicali come emanazioni ed escrescenze accademiche da travolgere e stravolgere; nei blog, invece, il sudario dell’accademismo viene avvolto intorno al giornalismo istituzionale).

Se il rock può considerarsi una specie di Internet 0.1, può essere che il progressive rock, per lanciare una debole fune verso il passato più ravvicinato, sia stato una sorta di blog 0.1, in particolar modo in Italia? Che questo ci parli, certo attraverso diramazioni apparentemente bislacche ed irrilevanti, soprattutto dello stato della lingua (intesa come comunanza dell’espressione) della nostra nazione?

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