Cormac McMoccia – Non è un paese per TVTB

20 mar
2008

Era entrata in camera da dieci minuti. Non la smetteva di girare per la stanza. Come un giocattolo rotto. Rimestava tra i CD, grattava sui poster, guardava verso la parete gialla. Si affacciò alla finestra, un sole rubicante come un cono gelato. Ecco, adesso come me si scioglie. Pensava. Non faccio che sciogliermi.

Strap le sue scelte le aveva fatte. E tutte di colpo, quasi senza accorgersi di nulla. Un respiro e un problema è andato. Un respiro, e un problema non c’è più. Restava qualche immagine di troppo. Suo padre che la osserva con le grosse mani in croce, lei che poi scappa, prende il treno e va via per mesi. Feffy che sta come un arco sul portone di casa, ad attendere che la maretta passi: Feffy non sbatte, non urla, s’incurva. Per questo non l’ha mai capita. Di Dodi, invece, non le rimane che un’immagine incerta. Un bambino che scalcia la polvere da terra. Di sua madre nulla. Strap sua madre non la vedeva neanche all’ombra del ricordo. Come un vampiro, sua madre, non lascia neanche l’ombra alla quiete del mondo.

Credeva di voler dimenticare. Lì con Bubby, Strok e Martha. Le moto. Luci d’acciaio. Fanali come specchi. Qualche birra di troppo. Invece più passavano i giorni e più lei si sentiva scomparire, e ricantare come grilli inesausti i ricordi. Scompaio, scompaio, scompaio. Era tornata per fermare la nevicata. La lenta nevicata che sentiva dentro. Nella sua stanza di caramella c’erano foto di giovani vecchi. Strap era ormai un’estranea lì. Prese una matita. La lasciò cadere. Spostò un libro, che subito ripose. Uscì dalla cameretta. Prese a scender le scale, poi il rumore di passi nel salone. Come legna che si sfascia. Si girò, si voltò verso il bagno. Entrò.

Sei tu?
Sì, sono io mamma.

Strap non se n’era accorta. Si era ritrovata la madre lì in un attimo, ritta dietro la porta. Lei dentro, la madre fuori. Attaccate entrambe alla porta del bagno. Separate. Ma come una molletta del bucato, che con la mano si divarica per stringere di più. E loro stringevano.

Che stai facendo, non vieni a salutarmi?
Mi sto mettendo il rossetto, mamma. Lo metto ed esco.
Non fai altro che prendere in mano il rossetto, solo perché non puoi prendere in mano i tuoi morti.
Dai, non trattarmi così.
Ti tratti male da sola. È una vita che ti butti via.
Io i miei fallimenti li ho gettati dietro le spalle. Sono tornata.
No. Appunto perché sei tornata hai fallito.
Non sei meglio di me.
Può darsi. Ma l’immagine che ho di me assomiglia alla mia vita. E non è poco a quarant’anni, sai. Tu non hai nulla a che fare con te. Se vengono a salvare una di noi due da un’isola deserta, è me che prendono.
Tu, mamma, di finire su di un’isola non avresti mai il coraggio. Mai.
E tu non avresti mai la dignità di volerne uscire.

Strap rimase immobile. Fissò una saponetta. Poi schiacciò il tubo del dentifricio e si voltò, senza starci troppo a pensare, verso la finestra del bagno. Era tardi. E lì fuori non s’era sciolto solo il sole.

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