McMoccia, più che un tentativo di parodia, è una verifica di come i tic verbali degli autori, avvertiti e sedimentati in lettura, possano diventare anche delle basi di scrittura. Al di là della diversa statura di scrittori di McCarthy e Moccia, questi due autori condividono, talune volte, una medesima superficialità del testo: una scrittura iperframmentata, con scarso ricorso alle subordinate ed un’attenzione millimetrica al periodo come dispiegamento dell’azione singola. Certo, in McCarthy ciò nasce da una stretta aderenza alla narrazione, che si contrae e si espande nell’attraversamento di stilemi e ritmi diversificati (ed è facile gioco avvertire in questa frammentazione meticolosa la manifestazione di un’epica personale).
Avvertire questa vicinanza tra due autori diversissimi ha, poi, generato in me la curiosità per un innesto: inserire i personaggi di Moccia, i tic dei personaggi di Moccia negli spazi d’attrito di McCarthy, quegli spazi in cui il quotidiano descrive sovente una parabola metafisica, parola per parola e con vigoreggiante forza d’urto. Ma anche nei bagliori della metafisica si nasconde l’automatismo del tic e, allora, il facile gioco è stato anche quello di alimentare il meccanismo: personaggi di carta, sfondati dall’interno, che si sfidano a duello in dialoghi fitti in cui la cartapesta d’intorno ha anche l’odore della frase profonda, dell’ultimatum, del non più nulla. Poi, certo, il piacere di scrivere ha cercato di insufflare vita in queste ombre cinesi. Non avevo mai scritto racconti (e, forse, mi serviva proprio questo paravento d’oro e fango). Mi sono divertito.
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