Scrivevo del fatto che nel film di Virzì manca un’idea di cittadinanza. Ed il precariato? Ed i call center? La mia impressione è che l’universo dei call center, nella pellicola, sia semplicemente una bolla che scoppia in quell’”arte dell’incontro” che è la vera cifra del percorso narrativo dei personaggi. Questo universo è reso anche con icasticità ma, appunto, è rappresentato con la stessa vivacità con cui vengono dipinte fastose miniature nei paesaggi di sfondo, in quei dipinti antichi dove più forte è la spinta accentratrice di una figura in primo piano. E nella pellicola di Virzì, credo, questa figura in primo piano è proprio l’arte dell’incontro.
Non riesco a spiegarmi, altrimenti, come il regista abbia potuto considerare soddisfacente un finale del genere. Detto in altri termini: se ciò che conta è il mutevole occorrere degli eventi, l’incrociarsi di destini e le permutazioni del caso, è chiaro che l’approdo di ogni linea narrativa può trovare risoluzione, senza attriti scoperti, nella placida accoglienza di un orto degli affetti; e questo sia quando il tumulto delle cose mortali conduce a lutti familiari, sia quando il destino non è altro che l’altalenare delle fortune in ambito lavorativo.
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