La visita a Londra, è la nostra visita alla Pizia. Là c’è Turner. Guardando i suoi quadri, si capisce cosa voglia dire varcare il muro, e tuttavia restare, far passare dei flussi di cui non si sa più se ci portano altrove o se tornano già su di noi. I quadri si situano in tre periodi. Se lo psichiatra avesse qualcosa da dire, potrebbe parlare dei primi due, benché in verità siano i più ragionevoli. Le prime tele sono catastrofi da fine del mondo, valanga e tempesta. Turner comincia da qui. I secondi sono una sorta di ricostruzione delirante, ove il delirio si nasconde, o meglio procede di pari passo con una tecnica elevata ereditata da Poussin, da Lorrain o di tradizione olandese: il mondo è ricostruito, attraverso arcaismi che hanno una funzione moderna. Ma qualcosa di incomparabile avviene nei quadri del terzo periodo, nella serie di quelli che Turner non mostra, tiene segreti. Non si può neanche dire che è in anticipo sui suoi tempi: qualcosa che non è d’alcuna epoca, che ci viene da un eterno futuro, o fugge verso di esso. La tela sprofonda in se stessa, è trafitta da un buco, un lago, una fiamma, un tornado, un’esplosione. I temi dei quadri precedenti possono ritrovarsi qui, ma il loro senso è cambiato. La tela è veramente infranta, spaccata da ciò che l’attraversa. Fluttua soltanto un fondo di nebbia e d’oro, intenso, intensivo, attraversato in profondità da ciò che viene a fenderla in larghezza: la schiza. Tutto si confonde, ed è qui che si produce l’apertura (e non il crollo).
Gilles Deleuze e Félix Guattari, L’anti-Edipo.
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