È interessante leggere i quotidiani in questi giorni postelettorali. Salta all’occhio (o, almeno, ai miei di occhi) l’atteggiamento di buona parte dell’informazione sedicente moderata: non si tratta solo di un posizionamento episodico ma, credo, di una caratteristica di fondo di parte del giornalismo del nostro paese. Si rileva, con tutta probabilità giustamente, come lo schieramento vincente abbia intercettato con maggiore efficacia le domande provenienti dall’elettorato; accenni davvero sparuti, però, alle risposte implicite a queste domande, soprattutto tenendo conto del fatto che tale schieramento nel passato più vicino si è già espresso alla guida del paese (e che, quindi, una dialettica tra domande e risposte potrebbe facilmente attraversare il dibattito pubblico).
Che l’informazione moderata, in Italia, si manifesti essenzialmente in un’attitudine fotografica verso il reale? Presentare una vittoria elettorale solo volgendo lo sguardo alle domande poste dai votanti è una sorta di riduzione al presente di ogni atto di conoscenza: una fotografia appunto. In altri paesi, invece, il giornalismo moderato (che non è una categoria dello spirito, ovviamente, ma è un vestito ideologico, sovente un’assoluzione, talvolta un coraggioso atto di sfiducia verso l’astrazione a cui siamo tutti votati), ma in realtà il giornalismo tout court, si volge indietro, confronta le proposte presenti con le attuazioni passate dei candidati e, in poche parole, allaccia saldamente le parole alla memoria. Perché le parole che non rispecchiano un mondo sono parole intercambiabili e, se la politica è eminentemente azione, parole immobili.
Non penso che la moderazione, l’equilibrio nell’informazioni debbano sempre e comunque avere le forme di uno scatto fotografico. Penso all’equilibrio nei tempi e nei modi degli equilibristi: acrobati che spostandosi millimetricamente, oscillando anche, conoscono e fermano le cose.
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