[da una conversazione via email, un libero remix]
Credo che parlar male di Moccia corrisponda al proverbiale sparo sulla Croce Rossa. Nei post precedenti ho evitato di esprimere giudizi estetici sulla scrittura di Moccia: che non sia grande (ma neanche… media) letteratura si sa, credo lo sappia anche lui. Però non è l’unico autore a non saper scrivere. Piace per una scrittura infantilmente cavillosa nel voler essere omogenea al millimetro rispetto all’ambiente che descrive (che è anche l’ambiente d’origine dei suoi lettori, ovviamente – e questo è già un bel segnale di quanto basso sia il respiro di questo tipo di letteratura), con un’attenzione tutta rivolta ai particolari più irrilevanti ma, nell’ottica di chi legge, “rivelatori”. Sono i particolari che designa e circoscrive uno sguardo totalmente passivo.
Quella di Moccia è un’operazione culturalmente banale, certo. Ma non penso che la fiera schiera dei monologanti a teatro (Marco Paolini in primis) abbia successo per ragioni più nobili. I lettori di Moccia non sono abituati a leggere (e ciò è speculare rispetto alla passività dello sguardo nell’autore), gli spettatori di Paolini non sono abituati ad andare a teatro: i lettori del primo si stupiscono dell’evidenza “fisica” della scrittura di Moccia (e nello stupore, comprano), gli spettatori del secondo si stupiscono della tenuta narrativa, “fisica” di un monologante a teatro (e nello stupore, vanno a teatro). In entrambi i casi si tratta dell’effetto di una disabitudine.
Perchè le frasi senza subordinate di Moccia sono (giustamente) risibili, ma anche Marco Paolini che in uno spettacolo simula il rumore del treno per far entrare lo spettatore nella gioco della messinscena (roba da polveroso teatrino di provincia…) non è mica tanto meglio. Solo che l’opera di Paolini passa per colta e raffinata (è colto l’uomo, la forma del suo teatro è invece davvero banalotta), quella di Moccia no.
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