Che stile ha la “brutta poesia”, quella che si può leggere in rivistine e rivistucole? Data la scarsa diffusione della lettura poetica nel nostro paese, non stupisce che lo stile diffuso sia essenzialmente metastorico: la poesia è vista come un’escrescenza del cuore, da sedare tramite amplificazione dei termini e delle occasioni sentimentali; il poeta ha uno statuto pseudopascoliano, un Io estraneo di fronte agli eventi indecifrabili del mondo: l’estreneità è anche l’altra faccia dell’elogio continuo del privato.
L’amplificazione sentimentale ha tratti pascoliani e canzonettistici. La foggia dei versi, invece, è insistentemente fintoungarettiana: la direzione del ritmo è data dalle prevedibili esclamazioni del “cuore”, variabilmente (si fa per dire) declinate. In realtà, probabilmente questo Ungaretti domestico ha attecchito perché può assumere le forme diaristiche più comuni non abdicando (almeno in apparenza) alla continuità della versificazione. Qualche volta si assiste a forme di attrito nei versi, quasi il tentativo di introdurre sperimentazioni e divagazioni: si tratta per lo più di “inserti pubblicitari”, nei quali il fatto diaristico-privato della scrittura è scosso da una lingua pubblica depauperata e secca.
Nulla di nuovo, ovviamente. Si tratta di perlustrazioni volutamente generiche. Sarebbe interessante, però, scartabellare qualche pubblicazione decennio per decennio ed individuare, se esistono, le specificità della “brutta poesia” in anni passati. Il carattere metastorico, ad esempio, potrebbe essere una conquista recente (magari legata alla diffusa scolarizzazione del secondo dopoguerra)…
6 Responses to Appunti sulla brutta poesia
Roberto R. Corsi
luglio 6th, 2008 at 09:24
osservazioni condivisibili (soprattutto sul calco ungarettiano), immagine felice quella dell’escrescenza del cuore.
Ti invidio un certo ottimismo quando deduci che tale “brutta poesia” si trova solo nelle riviste – io la riscontro ahimé anche in molti libri editi (e spesso felicemente recensiti). E qui il discorso si allargherebbe ai criteri di valutazione editoriale, al “gusto” del lettore che sempre più vuole una poesia precotta che non necessiti di sforzo interpretativo o di immedesimazione in un altro da sé…
mi segno questo post sul mio tumblelog! A presto.
alessandro
luglio 9th, 2008 at 10:51
Grazie per l’apprezzamento e la segnalazione, Roberto. In realtà, non penso che la brutta poesia stia solo sulle rivistine: credo che la bruttezza da rivista abbia talune volte caratteri propri, questo sì.
Dato che si tratta di una visibilità semipubblica (o almeno avvertita come tale), chi scrive versi nelle riviste penso abbia come filtro di scrittura la domanda “sto scrivendo qualcosa che assomiglia alla mia idea di poesia?”; l’emersione pubblica della poesia in libri, quando assume un mero valore commerciale è la sovrapposizione di altri filtri che, spesso, rispondono alla domanda “quale poesia vuole leggere il lettore tipo?”.
Insomma, questo secondo tipo di “brutta poesia” presuppone un assecondamento esterno, mentre la bruttezza da rivista presuppone un assecondamente interno.
Va da sè che, spesso, un assecondamento esterno richiede comunque una certa perizia (quantomeno di riconoscere un gusto, pur degradato, nel lettore), mentre l’assecondamento interno è una sorta di radiografia del gusto medio-basso, con quell’impudicizia del dire che rende la lettura del “brutto” da rivistina interessante per farsi un’idea di ciò che viene chiamato poesia, anche in ambiti culturale reietti o di terza e quarta mano.
Mirella Puccio
luglio 14th, 2008 at 17:11
Ciao Alessandro, è verissimo quanto sostieni sulla brutta poesia (non dimentichiamo anche l’esistenza, ahimè, di una brutta letteratura, edita a fini puramente commerciali). A parte le riviste, ti assicuro che i blog sono infestati di poesiole e c’è chi, molto coraggiosamente, pubblica logorroici racconti al limite dell’anoressia mentale. E brutti libri di poesie, come osserva Roberto Corsi, sono diffusi anche in libreria. Il “mal di scrittura” ha contagiato chiunque e non sempre con esiti felici! Concordo con la tua definizione di “Ungaretti domestico” attribuibile ai novelli poeti che sconoscono metrica e figure retoriche, per lanciarsi in assolo intimistici e/o diaristici. E’ possibile che la “brutta poesia” sia figlia del XXI secolo…
alessandro
luglio 26th, 2008 at 20:42
La tua panoramica sulle brutture letterarie mi trova inevitabilmente concorde… Un saluto
lino
agosto 4th, 2008 at 13:02
Pur se ben elaborato, il tuo è un giudizio molto rischioso sul piano della critica estetica, Alessandro. Il concetto di bello e di brutto ha senso soltanto se analizzato secondo le logiche del gusto e della conformità a regole universali. È rischioso, anche, perché può condurre a segnare una linea di demarcazione non soltanto tra poeta e poeta ma tra le opere di uno stesso poeta: che cosa è bella in Mario Luzi, per esempio, – dal punto di vista formale, intendo – la prima produzione in cui domina una linearità dei versi con una dominanza di endecasillabi oppure l’ultima, nella quale il verso viene frammentato, talvolta in singole parole, addirittura congiunzioni, isolate e variamente allocate spazialmente sulle righe?
E chi è “il giudice del bello” – e perché non del buono e del giusto, si potrebbe aggiungere riguardo ai contenuti -, il lettore ordinario, lo spettatore casuale di un reading, oppure un altro poeta, il quale possedendo un proprio metro (di versificazione e quindi di giudizio) ne è necessariamente condizionato?
Oggi, a leggere i poeti, sono soprattutto altri poeti. Credimi, l’ho verificato in molti reading: il giudizio della gente che non versifica è del tutto differente da quelli che operativamente s’interessano di poesia. Ogni giudizio espresso da questi ultimi è falsato alla parzialità delle loro esperienze.
alessandro
agosto 6th, 2008 at 23:07
Secondo me hai preso troppo sul serio quello che ho scritto. Non ci penso proprio a riscrivere la critica del giudizio.
Semplicemente, così come è prassi comune non discutere del valore estetico della Commedia di Dante (che si presuppone alto), ho reputato inutile discutere del valore delle poesie su rivista (che si presuppone basso) e partire da un giudizio complessivo negativo per poi, in realtà, dedicarmi alla cosa che reputavo più interessante nel post, cioè trovare delle invarianti.
Poi magari sfogliando qualche rivista si trova pure un novello Novalis: devo essere sono stato poco chiaro io, ma il fulcro del post era una furtiva indagine sul gusto diffuso e percepito, non la ricerca sempre pendolante di valori estetici.