È possibile scrivere un testo di informatica senza tradire la lingua italiana e, magari, cercendo di rendere la lettura quanto meno piacevole (orrore!)? Mi sono posto domande simili durante la stesura del mio primo libro, Linux Ubuntu per l’uso desktop.
Certo, una buona scrittura nasce, innanzitutto, dall’aderenza della lingua all’argomento: dato un determinato scopo per la lettura di un testo, la lingua deve fare da tramite naturale fra l’obiettivo conoscitivo da raggiungere e le informazioni che lo scrittore vuole offrire. Se la lingua diventa un ostacolo, non si tratta di buona scrittura (magari si tratta di “scrittura d’arte”!). Ma esiste una seconda aderenza, altrettanto importante secondo me, che è quella che lega la lingua adottata all’atto di lettura stesso: durante la lettura… si legge. Non c’è niente da fare, purtroppo. L’atto mediante il quale apprendiamo informazioni è lo stesso nel quale passiamo da una pagina all’altra, ritorniamo ai capitoli precedenti e cerchiamo di far allineare quello che stiamo apprendendo con ciò che già conosciamo. E la costruzione mentale che un libro edifica davanti ai nostri occhi (che si tratti di un saggio di filosofia o, come in questo caso, di un testo sull’utilizzo di un sistema operativo) è tutt’uno con la lingua nel quale tale libro è stato scritto.
Per queste ragioni mi sono posto il problema di come dover scrivere un volume di informatica. Quali conoscenze vanno presupposte e cosa diventano tali presupposti nel testo? Che rapporto deve esserci tra i vari capitoli? Il ritmo delle frasi a quale “velocità” di apprendimento e di esecuzione delle operazioni indicate deve corrispondere? Il lettore conosce staticamente o apprende dinamicamente via via che nel testo vengono raggiunte le parti conclusive? Tutte domande a cui si risponde, ovviamente, scrivendo.
L’elemento formale per me più rilevante di questo libro è la concatenazione delle informazioni: il testo segue infatti un andamento progressivo, con un lettore implicito che accumula dati, esperienze e nozioni nel corso delle pagine. Ciò dà al testo un elemento simil-narrativo ma ha comportato anche un rischio: se si presuppone che il lettore cresca con il libro, i rimandi interni a sezioni precedenti nel testo risultano inevitabilmente ridotti e così la chiarezza durante le letture del volume per singoli frammenti. Ho cercato di risolvere tale problema fornendo rimandi e ripetizioni per le informazioni più distanti o per quelle di assoluta urgenza per la decifrazione del testo. In questo modo, credo di aver trovato un buon equilibrio tra “progressività” e creazione di un continuo contesto informativo per il lettore.
L’altro elemento formale di spicco è il ritmo dei singoli periodi. Immedesimandomi con il lettore tipo del testo (e tenendo conto, per quanto detto poco sopra, delle conoscenze acquisite dal lettore nella sezione del libro in cui ci si trova…), ho tentato di suddividere i periodi secondo la rilevanza delle operazioni indicate nel testo: operazioni di contorno (la creazione di una directory, ad esempio, necessaria per proseguire nell’installazione di un programma), micro-operazioni (un clic su un menu o l’attivazione di un’opzione) e macro-operazioni (la configurazione di un’applicazione nel suo complesso) richiedono differenti tempi di lettura ed occupano spazi diversi anche graficamente nel testo. Un intero periodo, dunque, è la traduzione di una compiuta serie di operazioni. In questo, ovviamente, sono stato aiutato dalla frequentazione della scrittura per riviste informatiche, nelle quali l’elemento visivo è usato per ottenere una forte demarcazione tra un elemento informativo e l’altro. Qui, in un libro, l’elemento visivo diventa l’elemento grafico della composizione del testo, con il suo respiro precipuo e la sua scansione in periodi, paragrafi e capitoli.
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