Uno dei difetti più vistosi che noto nei testi di informatica, sia che si tratti di articoli su rivista che di volumi veri e propri, è la poca attenzione per il rigore quantitivo nelle informazioni. Molti testi sono delle inarrestabili colate laviche di dati. Ciò è un difetto, secondo me, non solo dal punto di vista di chi scrive (non ponendo argini alla quantità di informazioni che si intende fornire si perde il controllo delle grandi forme e si perde di vista il lettore a cui ci si rivolge) ma anche da quello di chi legge.
Non può esistere l’informazione-totalità. Questa è un’illusione della tecnica. L’informazione è anche la creazione di un contesto, di un limite. Ed è proprio edificando il limite di ciò che si scrive che è possibile dare una direzione ai dati che si forniscono: avere ben chiaro quello che non si sta per dire (perché non serve al lettore, perché non è risultato vero) è un’eccellente difesa dell’autore contro l’enorme massa di informazioni presenti su Internet. Sempre che ci si voglia difendere dalla rete, ovviamente.
Se si cercano informazioni in rete, già il sapersi fermare nelle ricerche avvicina l’utente all’autore.
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