Sovente i nomi di Piero Ciampi e Vladimir Vysotskij vengono intrecciati e fatti convergere per mere questioni esistenziali, di vite unite dall’alcool e da una comune deriva verso un volontario annichilimento: un “fare di se stesso fiamma” per citare Carlo Michelstaedter, ma quale pratica ridotta al lumicino di una condotta autodistruttiva, con il compiacimento di chi ne è fuori (“grazie a Dio” o a chi ne fa le veci) ma al contempo ne guarda estasiato gli esausti e prevedibili sviluppi a distanza, godendosi ombre e vertigini, fumi e fragori dal sottoscala di casa.
In realtà, credo che l’affinità tra Piero Ciampi e Vladimir Vysotskij non vada misurata in gradi su una bottiglia. Nella poetica di entrambi si assiste, almeno nelle prove migliori, all’incerto assestamento di un soggetto disarcionato dal mondo. Gli oggetti e gli affetti del quotidiano hanno in Ciampi vividezza palpabile e nelle sue canzoni c’è spesso un virtuoso ed ironico scambio tra universo degli affetti e cose, movenze del cuore e realtà fisica: si tratta spesso di un amore fatto carne e quest’ultima è spesso carne in scatola. Questo attrito, ricomposto in pietà di sé e degli altri, tra sentire (alto) che arriva dal corpo e sentire (basso) che giunge dal mondo è probabilmente all’origine dell’estraneità della poetica di Ciampi alla vulgata canzonettistica italiana, in cui l’amore è sempre alto, la donna angelicata/morto assente e la rima vieta. Questo stesso attrito è uno dei più robusti rivoli che danno forza d’espressione alle ricorrenti figure cristologiche nelle canzoni dell’artista livornese.
In Vysotskij il quotidiano nei versi è già ricomposto, in termini di apologo, di fiaba o di invettiva. Il disarcionamento del soggetto avviene all’interno di questa solida cornice narrativa (mentre in Ciampi la stessa narrazione è per lo più franta, cangiante e sottoposta alla sollecitudine di una forma mutevole): quella del soggetto è una figura in primo piano ma metamorfica, perché il processo di auto-identificazione è sempre inesausto ed il soggetto stesso possiede il linguaggio della Storia ma non riesce a farne parte. È una corda di strumento troppo tesa, per ammissione del poeta russo.
In Ciampi il soggetto accoglie tutto ma non diviene nulla (mentre in Vysotskij il soggetto allontana momentaneamente il mondo per assumerne le forme): i versi di Ciampi sono un continuo incontro di incarnazioni di sentimenti, oggetti, animali, eventi, uomini, ruoli e soprattutto donne ma senza che questo incontro rinsaldi un’alleanza con il soggetto, neanche formale. Il soggetto nelle canzoni è un uomo in verticale, che se tocca il mondo se ne ritrae. Questo ritrarsi ha carattere sentimentale e ciò genera quelle dense e suggestive immagini dell’universo ciampiano che sono “cose”, metafore, sineddochi e contemporaneamente estensioni del sentire. Nei versi di Vysotskij si avverte la presenza di immagini similari, sorte da una medesima inapplicazione del soggetto al mondo, ma nel caso del poeta russo le figure sono più energiche e meno ambigue, più compiute e meno sonanti in vibrazioni, sono contorni e non punti di colore.
P.S. Purtroppo, non conoscendo il russo, la mia lettura dei versi di Vysotskij si limita a quanto disponibile in traduzione italiana.
Una manciata di link per chi volesse cominciare a conoscere i due artisti:
Testi delle canzoni di Piero Ciampi
Pagina dedicata a Ciampi con biografia
Alcuni testi di Vladimir Vysotskij
Ebook Millelire dedicato a Vysotskij
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