Un noto network di blog cerca collaboratori. Una delle figure richieste è coerente con il mio percorso lavorativo e con solerzia invio un’email con relativo curriculum. La risposta non si fa attendere (però!): il profilo è reputato interessante, mi vengono richiesti dei post di prova non retribuiti (legittimo, come è legittimo da parte mia un eventuale rifiuto, ovviamente) e mi si invita a porre domande, se è il caso.
Istigato dalla cortesia di quest’ultima richiesta, faccio due semplici domande al gentile mittente dell’email di risposta: qual è il tipo di contratto, qual è la retribuzione. Silenzio. Il giorno dopo invio nuovamente la medesima email con le due innocenti domande. Silenzio, un altro roboante silenzio. Che attraversa tutta la settimana lavorativa ed ancora non è cessato (mentre i post di prova erano richiesti entro un paio di giorni dalla prima email di risposta: veloci, veloci, rapidi, rapidi! Gli altri, ovviamente).
Lascio al libero arbitrio del lettore di questo blog il piacere di orientarsi tra le possibili motivazioni di questo doppio binario nei tempi di risposta. Io passo dal particolare al generale e dico solo tre cose: il lavoro si paga, il lavoro qualificato si paga bene (poi ognuno dà una personale interpretazione di ciò che significa “bene”, chiaramente…), quando si parla di lavoro si deve parlare anche di soldi.
È il solito discorso, the song remains the same. Si preferisce la quantità alla qualità sperando che qualcuno poi acquisti l’intero carrozzone, senza star troppo a guardare se rovistando all’interno di questo si trovino cianfrusaglie o diamanti. Sicuri che il giochino funzioni ancora?
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