Dada è un interessante negozio di musica online. L’interesse maggiore risiede nella politica dei prezzi, finalmente sensata: un mese di abbonamento e 30 brani da scaricare a 9,90 €. Cioè 0,33 € a brano. Il catalogo presente è abbastanza ampio nei generi di più largo consumo, discreto per il Jazz e carente per la musica classica. È chiaro che l’interesse iniziale per uno store del genere sia quello di costruire un solido archivio musicale per una fascia ampia di fruitori, possibilmente d’età adolescenziale o giù di lì: ma la forma di vendita per abbonamento si avvantaggerebbe di uno spettro il più ampio possibile di etichette, artisti e generi musicali, non necessariamente mainstream.
Infatti, un abbonamento presuppone un progetto da parte dell’acquirente e negli acquisti digitali si progetta anche attraverso l’individuazione di nicchie, sottogeneri e forme musicali desuete: magari l’acquisto di singole tracce è spinto dalla presenza in un catalogo di nomi noti e rassicuranti (per chi gestisce lo store online), l’abbonamento invece può esser spinto per lo più da presenze tipiche della “coda lunga” (artisti fuori catalogo, musica sedicente d’avanguardia, generi con basso bacino di fruizione e visibilità limitata, ecc…). Io acquirente mi “spingo nel futuro” abbonandomi ed il futuro è fatto di singolarità d’acquisto che non potrei compiere altrimenti: perché abbonarmi ad un servizio che mi offrirà solo merce indistinta?
Dada è un servizio coraggioso nei prezzi finali ma ancora conservatore nella ripartizioni dei prezzi stessi. Far pagare la musica a brani non soltanto è limitante e paradossale quando la vendita riguarda cataloghi musicali ampi ed eterogenei, è anche un principio vecchio ed antidigitale. È limitante perché presuppone una segmentazione del flusso musicale in album e degli album in brani da 2-4 minuti: più un catalogo musicale si amplia e più tali barriere risultano fittizie; un simile principio di vendita è paradossale, poi, perché in tali catalogi allargati porta ad una situazione in cui una sinfonia di Gustav Mahler di più di 80 minuti può costare la metà o un terzo di un album con Suite per orchestra di Bach da meno di 50 minuti (ovviamente, un rapporto diretto prezzo/durata è un mezzo di valutazione dei costi altrettanto rozzo di una ripartizione in brani ma, quanto meno, genera minori paradossi interni).
È un po’ come vendere la pizza al trancio e far pagare i singoli tranci a prezzo fisso, indipendentemente dalla dimensione dei tranci stessi e dal costo degli ingredienti utilizzati. Se si vendono flussi digitali di musica è anacronistico segmentare tale flussi come se si trattasse dei solchi fisici di un vinile: i flussi sono fluidi e così dovrebbe essere i costi. La soluzione “ti vendo i brani e, se sei bravo, ti faccio lo sconto quando compri un album intero” è stantia, un poco meglio sarebbe vendere lo scorrere del tempo dei flussi musicali: ad esempio, 0,50 € per ogni “trancio” musicale di 10 minuti; meglio ancora sarebbe presentare proposte di vendita composite e manipolabili con libertà da parte della persona che acquista.
Per finire, tra i numerosi negozi musicali online disponibili voglio qui segnalare Magnatune, il sito dell’omonima casa discografica dalla politica di vendita che si segnala per intelligenza e duttilità, e Mindawn, dal catalogo non banale.
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