Il patto fluido. Né etica né deontologia.

22 gen
2009

Sviluppo qui alcuni (micro)pensieri presenti in una manciata di miei commenti su FriendFeed nati in risposta ad un post sul blog di Suzukimaruti.

Nel giornalismo classico una regola aurea è quella di separare la notizia dal commento. Una regola simile ha valore in quanto il fatto in sé di scrivere per una testata giornalistica rende decifrabile e collocabile un articolo o una serie di articoli di un giornalista: una testata offre un orientamento ideologico, deontologico e metodologico che dona direzione e forza ai singoli scritti (questo, ovviamente, in termini ideali ma presenti nella percezione comune dell’autorevolezza giornalistica). È attivo, insomma, prima della messa in discussione di un articolo o della scrittura dello stesso un filtro che facilita quella semplificazione che porta a poter dire che sia possibile, sempre idealmente, separare realtà e commento. Un articolo, perciò, prima di esser scritto è già appartenente alla testata: ciò che resta per informare il lettore è la realtà ed il commento (non tragga in inganno la professione di libertà manifestata da talune testata: anche una simile professione è un atto ideologico, che orienta e vincola la lettura).

Nei blog, nello stato attuale delle cose e nella gran parte dei casi, non sussiste l’orientamento dato dalle testate. Non esistono testate. L’atto di scrittura avviene per un passaggio repentino e fluido dalla comunicazione privata a quella pubblica. Un post in un blog, dunque, non viene stimolato e fatto esistere da un patto esterno tra lettore e giornale (la vicinanza fiduciosa tra lettore e testata giornalistica): appare improvvisamente in un caotico palcoscenico pubblico, tra schiamazzi, silenzi e flussi di informazioni incontrollate.

Il patto che predecentemente permetteva al lettore di “sedersi sull’idea” che esistesse una realtà separata da un’opinione non sussiste più: non ci sono più testate orientative e, del resto, non è detto che un post nasca per esprimere un’opinione (al di là dell’opinione implicita di ritagliare, da un flusso ribollente, quel frammento informativo e solo quello che si reputa degno di un post). Non è neanche detto che possa esistere una deontologia, che presuppone una professione: molti blog, come quello che state leggendo, non costituiscono infatti una forma di lavoro per chi li gestisce.

Senza testate, senza l’obbligo di testimoniare un’opinione, senza deontologia. Dato che un blog la maggior parte delle volte ha carattere personale, si può tentare l’azzardo di parlare di etica. Il problema è che una parola del genere rimanda ad un universo morale, non ad un insieme di pratiche di comunicazione. Dove non può esserci né etica in senso stretto né deontologia può trovarsi un patto fluido tra blogger e lettore: è la decifrabilità della causa che ha fatto passare l’autore dall’ambito privato a quello pubblico della comunicazione ed ha fatto nascere un post. La decifrabilità tenta di rispondere alla domanda: perché il blogger non se ne è stato zitto?

In questo senso, la trasparenza della causa corrisponde alla trasparenza delle opinioni rispetto agli eventi della realtà nella scrittura giornalistica canonica. Basta, a mio parere, l’infrazione di questa trasparenza per creare un solido spartiacque tra pratiche di comunicazione corrette e pratiche di comunicazione scorrette nei blog. L’utilizzo di AdSense (ed il relativo interesse teoricamente “opaco” di un autore per l’incremento utilitaristico dei lettori), la presenza di elementi di autopubblicità nel blog (come nel mio caso) o forme similari di monetizzazione della scrittura sono pratiche a mio parere limpide perché sono autoevidente, non nascondono la propria origine e la causa della propria presenza in una pagina web.

In questo senso, una pratica di PayPerPost può risultare corretta o scorretta a seconda che si renda evidente o meno come tale: se il PayPerPost assume un carattere di emersione pubblicitaria è probabile che possa esser reso dichiarabile senza che ne si vanifichi lo scopo (il blog X parla del prodotto Y e rende pubblico il legame con l’azienda che produce Y), se il carattere più che pubblicitario è di selezione qualitativa (il blog X parla del prodotto Y in termini positivi, simulando quindi una selezione tra i prodotti similari) è evidente come qualsiasi dichiarazione pubblica del PayPerPost vanifichi, a causa della simulazione indicata, lo scopo del PayPerPost stesso.

Che nel PayPerPost sia presente tale duplice carattere, pubblico e simulatorio, è con tutta evidenza una banalità. Tale ovvietà, però, attesta come sia possibile semplificare in modo utile le possibili discussioni sull’etica nei blog utilizzando come elemento di discrimine la causa dei post, invece di concetti come libertà ed indipendenza di un autore.

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1 Response to Il patto fluido. Né etica né deontologia.

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Il patto fluido - Vittorio Pasteris

gennaio 23rd, 2009 at 08:30

[...] Via Il dente del giudizio [...]

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