Plurk è un sistema di microblogging simile a Twitter. Nel post “Twitter o Plurk? Vespa o Lambretta?” del blog Ibrid@menti vengono comparati i due servizi e si forniscono ipotesi per spiegare ed interpretare l’insuccesso di Plurk.
A mio parere Plurk non funziona perché tale sistema è costruito come un servizio epigonale e non come un servizio a sé stante: è epigonale perché non fa che sviluppare alcuni elementi di un sistema precedente (Twitter), aggiungendo elementi periferici non omogenei gli uni con gli altri e non integrati compiutamente nel nucleo di funzionalità fornite.
L’aspetto più vistoso di Plurk nella differenziazione da Twitter è l’adozione della timeline, una linea temporale che organizza i messaggi degli utenti (tweets) secondo l’ordine nel tempo della scrittura degli stessi. Si tratta di una differenziazione che presenta tutti i difetti dell’epigonalità; la timeline, infatti, aggiunge un elemento al servizio originario ma al tempo stesso non sviluppa compiutamente la totalità delle funzioni centrali di Twitter: in questo sistema di microblogging il singolo tweet può essere uno status o un messaggio, per così dire, eteroinformativo (le informazioni comunicate non attestano direttamente lo stato di colui o colei che le comunica) mentre l’utilizzo della linea temporale in Plurk accentua ed incoraggia la lettura e quindi la scrittura di status.
La timeline, dunque, non è che una superfetazione di un singolo carattere che può assumere il posting in Twitter. Twitter ha un nucleo solido di funzionalità ed una serie di servizi satellite che consentono di accedere e controllare tale nucleo: questo nucleo è la “scrittura limitante”, il vincolo dei 140 caratteri. Un tale vincolo è stato lo stimolo e la probabile causa della pervasività di Twitter: ha stimolato la scrittura come semplificazione, trasformabilità, manipolabilità. È stata la scoperta di una sorta di scrittura in versi rispetto alla prosa dei blog. Il limite nella quantità di informazioni comunicabili ha poi convogliato in sé la segmentazione dei contenuti, facendo sì che micropost di status, messaggi eteroinformativi e link fluissero all’interno di uno stesso medium.
Plurk differenziandosi in modo epigonale ha rotto questa fluidità del limite perché fa vedere il flusso dei tweets invece che percepirlo in lettura: l’atto di lettura in Twitter, infatti, crea gerarchie dinamiche e salti improvvisi nella percezione dei flussi dei dati, consentendo all’utente di costruire aggregazioni personali e libere nelle “passeggiate” tra i tweets; Plurk, invece, orienta lo sguardo perché costringe gli occhi ad un unico orizzonte, quello temporale.
È la differenza che c’è tra lo sguardo fisso in un museo e lo sguardo attento e dinamico nel traffico cittadino: l’errore di Plurk è aver presupposto e favorito nell’utente un’attenzione specifica, quella per gli status della cerchia di amici e conoscenti, invece di tentare di sviluppare il rapporto tra vincolo formale e libertà dei contenuti presente in Twitter.
1 Response to Plurk, un epigono d’insuccesso
Minerva84
gennaio 28th, 2009 at 13:03
Assolutamente d’accordo su tutto!