Teologia del digitale

25 feb
2009

In un post precedente, in cui analizzavo e commentavo un post di Kevin Kelly sul movage, ho accennato ad una teologia del digitale. Ci ritorno per spiegarmi con maggiore chiarezza (anche per chiarire a me stesso nell’atto stesso di approfondire il concetto, ovviamente). Nella diffusione culturale della trasmissione digitale si è fatta strada un’idea che è divenuta via via luogo comune: l’idea è che le informazioni non perdurino nel tempo grazie alla loro incessante comunicazione ma si etternino come dati, oggetti e significati assoluti.

Per portare un esempio, secondo tale luogo comune le fotografie presenti nel nostro hard disk esistono come oggetti a sé stanti: le fotografie vengono da noi conservate a tempo indeterminato e, per renderle manifeste, noi non dobbiamo far altro che ridestarle dal loro involucro (che può essere il formato di memorizzazione dei file o il dispositivo hardware in cui i file vengono immagazzinati). Da una parte c’è il luogo comune del magazzino, dall’altra c’è il luogo comune dello svelamento.

È proprio in questo doppio luogo comune che si sedimenta quella che ho chiamato teologia del digitale: da un flusso di informazioni si presuppone un oggetto, da un oggetto si ricava un ente assoluto. Ma, in realtà, la fotografia dell’esempio smette di esistere non nel momento in cui non è più immagazzinata ma dal momento in cui non viene più comunicata.

Più un’informazione ha carattere privato, più tale teologia inscritta nei flussi di dati assume potere e rivela viscosità. La fotografia è solo nostra, è destinata a noi (anche ad un noi futuro…) e parla esclusivamente a noi? Diventerà un ente assoluto che cercheremo invano di preservare.

In questo, l’oggetto digitale sotto la coltre di tale teologia è parente prossimo del capolavoro. La Commedia dantesca appare un oggetto assoluto, eterno e incorruttibile perché viene perennemente comunicata e trasmessa in pubblico: appare immobile perché passa di generazione in generazione, di lingua in lingua. La nostra fotografia appare immobile, invece, perché è solo nostra.

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