che trovi a destra della categoria che vuoi seguire.Padre che muori tutti i giorni un poco,
e ti scema la mente e più non vedi
con allargati occhi che i tuoi figli
e di te non t’accorgi e non rimpiangi,
se penso la fortezza con la quale
hai vissuto, il disprezzo c’hai portato
a tutto ciò che è piccolo e meschino,
sotto la rude scorza
l’istintiva poesia della tua anima,
il bene c’hai voluto a tua madre,
a tua sorella ingrata, a nostra madre
morta,
tutta la vita tua sacrificata,
e poi ti guardo così come sei,
io mi torco in silenzio le mie mani.Contro l’indifferenza della vita
vedo inutile anch’essa la virtù,
e provo forte come non ho mai
il senso della nostra solitudine.Io voglio confessarmi a tutti, padre,
che ridi se mi vedi e tremi quando
d’una qualche attenzion ti faccio segno,
di quanto fui vigliacco verso te.Benché il ricordo mi si alleggerisca,
che più giusto sarebbe mi pesasse
inconfessato sempre sopra il cuore.
Io giovinetto imberbe, t’ho guardato
con ira, padre, per la tua vecchiaia.
Stizza contro te vecchio mi prendeva…Padre che ci hai tenuto sui ginocchi
nella stanza che s’oscurava, in faccia
alla finestra, e contavamo i lumi
di cui si punteggiava la collina
facendo a gara a chi vedeva primo,
perdono non ti chiedo con le lacrime
che mi sarebbe troppo dolce piangere,
ma con quella più amare te lo chiedo
che non vogliono uscire dai miei occhi.Una cosa soltanto mi consola
di poterti guardare con occhi asciutti:
il ricordo che piccolo pensando
che come gli altri uomini dovevi
morir pure tu, il nostro padre,
solo e zitto nel mio letto la notte
io di sbigottimento lagrimavo.
Di quello che i miei occhi ora non piangono
quell’infantile pianto mi consola,
padre, perché mi par d’aver lasciato
tutta la fanciullezza in quelle lacrime.Se potessi promettere qualcosa
se potessi fidarmi di me stesso
se di me non avessi anzi paura,
padre, una cosa ti prometterei:
di viver fortemente come te
sacrificato agli altri come te
e negandomi tutto come te,
povero padre, per la fiera gioia
di finir tristemente come te.
Camillo Sbarbaro, Padre che muori tutti i giorni un poco, Pianissimo, 1914.
Giorni fa rileggevo questa poesia e l’altra, più nota, dedicata anch’essa alla figura del padre (“Padre, se anche tu non fossi il mio“). Si tratta senz’altro di versi di notevolissimo valore; eppure, c’è qualcosa in queste poesie di arretrato rispetto ad altre composizioni di Pianissimo: penso, ad esempio, a “Talor, mentre cammino per le strade” o a “Taci, anima mia. Son questi i tristi“, insomma allo Sbarbaro dei florilegi più sbilanciati verso i lasciti pienamente novecenteschi del poeta ligure.
Ed è proprio questo il punto: non si tratta di un’arretratezza nella tornitura dei versi. Anzi. Nella coppia di poesie dedicate al padre non ci sono incertezze formali e di dettato, ma un cristallino emergere del mondo figurale ed una fluidità dei trapassi psicologici nell’io poetico che rendono queste composizioni tra le più solide e d’impasto omogeneo di tutto Pianissimo.
L’arretratezza, che è origine non poi così paradossale di tale solidità e tenuta nei versi, è nella caratura conoscitiva dell’io poetico: in “Padre che muori tutti i giorni un poco” l’io poetico è tutto posto sul palcoscenico del gran teatro ottocentesco, con le sue fitte movenze psicologiche, la clarità del sentire (ira, fierezza, tacito sbigottimento) e l’anima come luogo di scontri rammemoranti; non siamo ancora, insomma, a quella aritmia di sistole e diastole nell’attrito con il mondo, proficua negli esiti conoscitivi, a quei vuoti e quei pieni ontologici dell’io poetico nel Pianissimo a parer mio più maturo.
Nelle poesie al padre, dunque, l’io poetico troneggia in una posizione privilegiata: chiama le cose con il loro nome, se così si può dire, e ciò dona ad un numero non esiguo di versi un’asciuttezza classica di indubbio fascino, con rotondità e rilievi marmorei nelle figure d’ascendenza leopardiana. Nel Pianissimo di maggiore maturità, invece, l’io poetico perde tale privilegio d’altura e conosce e s’ammoderna e s’arrischia nelle forme nove dell’annullamento rissoso ed incompleto dell’io.
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