La prima volta che si osserva un’immagine come quella riportata in questa pagina, la reazione immediata è certo di ironico stupore. Poi lo stupore cessa, l’ironia trapassa e spunta nell’osservatore cauto qualche bitorzolo di riflessione (come spesso succede, prendo spunto da un paio di miei commenti su FriendFeed):
Il fotoritocco non sempre denota una semplice volontà migliorativa. Talune volte è un rimando mimetico al mondo della pittura: il trapasso dalla rappresentazione pienamente fotografica a quella pittorica avviene mediante un salto di status.
Nell’immagine riportata, tale salto è dovuto allo statuto di eccezione del mondo culturale rappresentato: l’opera lirica, per l’occhio a cui è rivolta l’immagine ritoccata, è un universo estraneo, chiuso, evanescente. Hortus conclusus di delizie in assenza. Un universo in cornice.
Il rimando all’arte pittorica assume visivamente elementi dell’iconografia mortuaria. Quelli che si vedono sono cadaveri profumati.
Nell’immagine di partenza, l’atto di deformazione (che è l’acquisizione di una forma ulteriore) che conduce al fotoritocco ha origine da un’eccedenza del piano simbolico sulla rappresentazione. L’insistenza del piano simbolico, nell’immagine specifica, è dovuta alla distanza dell’occhio implicito (il lettore presupposto) dalle persone ritratte.
La distanza, che è reale ma anche ricreata ed ampliata dall’immagine stessa (la conferma di una cesura), è di tipo sociale, culturale ed economico. Il carattere totalizzante di tale cesura, dove le distanze sociali e culturali ed economiche sono vicendevolmente permeabili, fa spiccare il salto di status verso la pittura.
[Esiste un legame tra un simile salto di status, l'iconografia mortuaria ed il carattere digitale del fotoritocco (la serie di post sulla Teologia del digitale)? Da sviluppare.]
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