Interessante ma molto discontinuo. Vincere di Marco Bellocchio è un film indeciso, tanto granitico e funereo nel ritrarre il corpo pubblico di Benito Mussolini, attraversato dalla Storia e dal Tempo, quanto fragile ed addirittura sentimentalmente pervio nel narrare le vicende di privata privazione di Ida Dalser, scandite non dal tempo collettivo ma dal lento stillare della mancanza.
I due universi narrativi si incontrano pienamente solo nella parte iniziale della pellicola, dove il corpo di Ida non è altro che il banco di prova e d’incisione del gran corpo di Mussolini: corpo, questo secondo, che con occhi fermi sogna costantemente gli altri corpi della folla. Il giovane Mussolini è il corpo elettrico del Movimento (nel senso politico arendtiano), senza opinioni né visioni ma nel quale si insuffla lo scorrere opacamente ferale degli eventi. Se il popolo di questo capopopolo mostre le forme di una platea cinematografica, il canale di comunicazione tra il capopopolo e la massa stessa è il gesto, stentoreo e ripiegato verso l’interno di un presente che non reclama spiegazioni o rivendicazioni di sorta. Il gesto, dunque, sollecitando altri gesti e null’altro, diviene la fascinazione di un’epoché meramente corporale.
Nessuno sconto collettivo in questo: se il gesto del capo non è altro che una grottesca filiazione della gestualità teatrale e cinematografica, la trasformazione del popolo in massa guardante, ascoltante e plaudente si rivela quale atto di volontaria barbarie del popolo stesso.
Un corpo che sollecita altri corpi, quello di Mussolini. Quando Ida Dalser nel film cessa di essere corpo, la sua vicenda smette di destare interesse: nella seconda parte del film, quel registro di calligrafica aderenza agli atti di una quotidianità infinita, perché fuoriuscita dalla Storia mediante un atto di violenza, mal tollera il peso del gigantismo di sensi, storia e corporeità costruito con perizia nelle scene precedenti. Di fronte all’enorme ala della guerra, alla veemenza del corpo elettrico mussoliniano espanso nell’agire pubblico, alla scansione del tempo come furente tempo collettivo, l’internamento di Ida e la privazione del figlio appaion davvero picciol cosa.
Che questa biforcazione stoppacciosa della narrazione danneggi la qualità della pellicola è provata dalla necessità, per Bellocchio, di costruire un mondo di piccoli gesti simbolici nella reclusione di Ida così da compensare, con tutta evidenza, la frattura narrativa e figurale: a questo punto del film la rappresentazione degli affetti crea una fastidiosa pellicola retorica intorno alle immagini, privandoci di quella limpidezza immaginale del miglior Bellocchio, costudita nella parte iniziale della pellicola e che ritorna con tratti di magnificenza nella conclusione dell’opera.
Vincere. Regia: Marco Bellocchio Cast: Filippo Timi, Giovanna Mezzogiorno, Fausto Russo Alesi, Corrado Invernizzi Durata: 128′ Anno: 2009
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