Spettacolo splendido ed orribile ieri sera all’Opera di Roma. Splendido per la bellezza musicale e teatrale dell’opera (Le Grand Macabre di György Ligeti, direttore Zoltán Peskó), la qualità della messa in scena e la bontà della direzione d’orchestra. Orribile a causa della sala semivuota: e questo in uno spettacolo in abbonamento (cioè, l’aver disertato l’occasione è un gesto voluto, calcolato e pervicacemente testimoniato mediante l’assenza).
La bella ed importante opera ha avuto la prima rappresentazione nel 1978. Si sono avuti quindi più di trent’anni per digerire, assimilare l’assimilabile o dimenticare, nel caso, il dimenticabile. Qui in Italia, invece, tuttora si contrappone l’opera lirica tradizionale a quella contemporanea (come se non ci fosse della contemporaneità – almeno la contemporaneità dell’atto d’ascolto – nei drammi lirici di Verdi o, dall’altra parte, non sussistesse un linguaggio sedimentato e storicizzabile nelle cosiddette opere sperimentali), la regia dei rassicuranti ninnoli zeffirelliani a quella di un Bob Wilson e via di antagonismi ammuffati varii. Insomma, lo spettacolo lirico è considerato un museo, da preservare e, magari, spolverare il meno possibile.
Mi chiedo quanto possa durare una visione tanto miope dell’opera lirica. Le generazioni che possono gradire un’impostazione museale del teatro musicale non hanno la forza di creare discendenza: si va all’opera nel ricordo degli allestimenti passati e questo è un bene affettivo personale, non trasmissibile. Investire sull’abbonato che va ad ascoltare il “suo” Verdi, più perché è suo che perché è Verdi, è un ottimo modo per distruggere, nell’arco di qualche anno, qualsiasi educazione all’ascolto ed interesse per l’opera.
Ho buttato giù qualche appunto su Le Grand Macabre ascoltato ieri in questo thread su FriendFeed.
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