Antologia da Carlo Vallini, La rinunzia

4 lug
2009

Prima del poemetto Un giorno (1907), Carlo Vallini diede alle stampe la raccolta La rinunzia (1906). Si tratta certo d’opera d’apprendistato, esile esile in più punti, ma con alcuni sviluppi che pur in frutti acerbi testimoniano di un’adesione non ovvia né automatica alla più vivace temperie poetica dell’epoca. Tra gli inevitabili calchi pascoliani, dannunziani e carducciani s’infiltrano motivi che possono dirsi, senza equivoci, tenacemente crepuscolari: il gran teatro della memoria, i saldi legami parentali rivissuti quali emblemi di un destino costretto nella differenza, alcune smorte ed evanescenti figure femminili, gli oggetti onusti di memoria e marchiati dal tempo, le abitazioni congelate nella loro antichità.

Nella silloge che segue si tenta di estrarre dalla prima raccolta valliniana, costituita da versi di variabilissima fattura, alcuni dei motivi più fertili e, se non ancora compiutamente personali, certo più culturalmente aggiornati:

Da I sonetti della casa

IV.
Nessuno qui s’attende, ora: fra tante
cose morte e sepolte, unico segno
di vita, adesso, è un oriol di legno
che il tempo edace ha impresso nel quadrante.

Tacea da lungo tempo: trepidante
d’ansia, un bel dí, con paziente ingegno,
io rassettai quel semplice congegno
nella sua vecchia cassa cigolante.

A sommo della scala solitaria
il risorto oriolo ora rintrona
con un forte tic-tac irregolare;

ma in quel rumor metallico, per l’aria
morta, un oscuro ammonimento suona:
- Lasciate i morti nelle loro bare! -

V.
Sia pace ai morti nelle bare: solo
degno è che fra i cipressi alti li allieti,
emulo sospiroso dei poeti,
coi suoi flebili canti il rosignolo.

Cingono ancor le rondini d’un volo
la casa: ancora il verde è nei canneti;
tutto ancor vive: l’anima s’acqueti
lenta, cosí, tra la dolcezza e il duolo.

Anima china su te stessa, ascolta:
l’albero della vita, forse, tutto
grave di doni verso te s’abbassa:

e tu non gioirai anche una volta
del sapore fuggevole d’un frutto,
dell’ombra della nuvola che passa?

Da La donna nel parco

II.
Sola nel parco, a vespero, una fresca
fontana rompe in getti di coralli
e n’emergono i fauni ed i cavalli
snelli, in atti di grazia pittoresca.

Ma sembra che piú languida s’accresca
la tristezza del parco oltre i cristalli
iridescenti, a toni rossi e gialli
della tua vasta casa secentesca.

Vuota è la casa: oscuri i secolari
quadri, come i pensieri che raccoglie
immobilmente la fronte china,

mentre guardi con occhi solitari
come nel parco muoiano le foglie
e crolli nel tuo cuore una rovina.

III.
Non più la fuga delle stanze vuote
gravi di tante tante cose morte
turbi il rombo feral del pianoforte
che i silenzi dei secoli riscote.

Il sogno è sacro: e qui si ripercote
tra la mollezza delle stoffe smorte
forse troppo improvviso e troppo forte
questo sonoro turbine di note.

Voglio un motivo lento, ove predòmini
la nota alta del pianto, ma con una
potenza che mi vincoli e m’assorba;

come quando, di notte, lungi agli uomini,
un infelice va, sotto la luna,
addolcendo le note alla tiorba.

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