Nel post precedente, scrivendo di Hjärta di Tommaso Labranca ho usato il termine neocrepuscolare per descrivere il tono del poemetto. Data l’evidenza del calco crepuscolare in prima lettura, aggiungo qui due notazioni sull’effetto di una costante biforcazione nella decifrazione dell’operina: da una parte, dunque, un rimando diafano ad una vigorosa temperie culturale ed estetica di inizio novecento, dall’altra un sobbollire del ritmo nei versi tra il quotidiano più amorevolmente vano e lo scatto sapienziale (alla lontana d’origine tardo montaliana, si potrebbe dire, se non che qui l’ironia è tutta esterna al racconto poetico senza la complessa partitura inclusiva-esclusiva presente in Satura e nelle successive raccolte).
Il tono crepuscolare è dato, essenzialmente, da un legame vistosamente e infruttuosamente sentimentale tra oggetti poetici e soggetti della narrazione. L’oggetto crepuscolare, spesso riprodotto in serie nei versi a formare dei congregati, è tolto con forza dalla natura e rammemorato come parte di una totalità perduta per sempre: nel rammemorare, l’oggetto acquista uno sbalzo iconico. È un’icona che, ironicamente, testimonia la cesura del patto tra uomo e unità del mondo.
Nei versi di Labranca, il tono crepuscolare nasconde un processo di decifrazione del reale contrario a quello del crepuscolarismo storico: in Hjärta, infatti, gli oggetti quotidiani non derivano la loro presenza da un patto spezzato tra uomo ed unità del mondo, ma si pongono su uno spazio narrativo che presuppone il vuoto, senza patti e senza cedimenti. Il carattere ironicamente iconico degli oggetti, qui, deriva da un patto del singolo con altri singoli: la globalità della merce low-cost genera una serie infinita di oggetti, prima di diventare serie nei versi, in quel processo di serializzazione continua degli oggetti descritto da Jean Baudrillard ne Il sistema degli oggetti.
Questa serie non è la totalità del mondo vagheggiata dai crepuscolari, ma ne simula la pienezza immaginale mediante la narrabilità sociale dei nomi degli oggetti stessi (l’adozione dei nomi nell’oggettistica Ikea è paradigmatica in questo). L’ironia è posta sulle spalle del lettore, che valuta il peso specifico di questo simulacro di totalità e si interroga sulla labilità di esso: la totalità non solo è perduta per sempre ma è anche annullata come tensione; in questo scarto continuo tra vagheggiamento crepuscolare e reificazione neocrepuscolare può essere colta la caratura dell’ironia del poemetto labranchiano.

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