L’articolo di David L. Ulin After a decade of fear, we’re connected to writing in new ways apparso sul Los Angeles Times e citato da Giuseppe Granieri è uno di quei pezzi riepilogativi che, come tutto ciò che abbraccia in una forte intenzione di sintesi il presente che collassa nel recente passato, tenta di dire il futuro. Almeno il futuro delle domande da farci.
Nell’articolo si discute anche del futuro della critica letteraria. In realtà, già ora la critica letteraria non è più la critica letteraria, cioè un potere d’analisi della produzione di testi che sia anche una possibilità di costruzione di senso: nei casi migliori finisce per essere evocazione di mitologie (nel bene e nel male, penso ad Harold Bloom) oppure riesumazione di ben pasciuti cadaveri culturali. Tutti approcci alla produzione letteraria che si pongono dietro agli occhi del lettore, non davanti (come voleva la nozione di critica militante, con tutti i difetti ma anche la vivacità di sguardo del caso).
In questo, il reticolo pubblico-privato dei social network, dei blog o comunque del Web si è trovato tra le mani, prima di poterla eventualmente manipolare, una creatura già esanime ma senza la dignità cerimoniale dei morti: perché ai morti, almeno, qualcuno porta talune volte fiori. Insomma, l’impressione è che l’articolo di Ulin per rappresentare con icasticità la spinta rinnovante del futuro sopravvaluti la qualità di piena stasi del presente, che fornisce agli occhi frane, smottamenti e assenze significative ben prima che epocali evoluzioni tecniche ed espressive possano avere corso.
Nell’ultima parte dell’articolo, infine, si pone all’attenzione del lettore la possibilità di usufruire di un ambiente interattivo nella stesura e fruzione di un testo, ambiente in cui testualità, link ed elementi multimediali risultano intrecciati e a portata di mano. Un’estensione, moltiplicazione e intelaiatura esplodente che cambia la connotazione del libro: tecnologia che rinnova la letteratura, perché gli strumenti di partecipazione evolvono e la scrittura è partecipazione in seno al mondo.
Il libro del futuro. Argomento certo interessante. Noto però che quella discussa nell’articolo non è che un’idea di letteratura come attraversamento di campi immobili e già polarizzati (il testo, l’audio, il video): è il difetto, per portare un esempio noto, della poesia futurista che soffiava la modernità all’interno di una concezione incancrenita e sterile della letteratura stessa; la modernità futurista è passata, la letteratura momentaneamente galvanizzata si è poi scoperta inerte.
È l’idea che la letteratura evolva superando argini e inglobando elementi esterni: mi pare di riascoltare vecchie teorie fruste già nei decenni passati. Così come mi pare dettata da semplice entusiasmo la constatazione che si sia passati recentemente dal testo come fissità al testo come fluidità incessante; abbiamo attraversato guerreggianti avanguardie ed accademiche neoavanguardie, ritorni al passato e frantumazioni dell’Autore e la fissità del testo mi appare più come un sogno di premodernità che una realtà dell’espressione letteraria contemporanea.

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