La caparbia, inesausta lezione delle fiabe è dunque la vittoria sulla legge di necessità, il passaggio costante a un nuovo ordine di rapporti e assolutamente niente altro, perché assolutamente niente altro c’è da imparare su questa terra.
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Meticolosa, speciosa, inflessibile come tutti i veri visionari, la poetessa Marianne Moore scrive un saggio sui coltelli; scrive di ramarri e di legature aldine, di danzatrici e di fenicotteri «dalle zampe di foglia d’acero»
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Un tempo il poeta era là per nominare le cose: come per la prima volta, ci dicevano da bambini, come nel giorno della Creazione. Oggi egli sembra là per accomiatarsi da loro, per ricordarle agli uomini, teneramente, dolorosamente, prima che siano estinte. Per scrivere i loro nomi sull’acqua: forse su quella stessa onda levata che fra poco le avrà travolte.
Un parco ombroso, il verde specchio di un lago corso da bei germani dorati, nel cuore della città, della tormenta di cemento armato. Come non pensare guardandolo: l’ultimo lago, l’ultimo parco ombroso?
La scrittura verdegrigia e sotterranei ori regali ridestati a piene mani, speco circondato da ombre e poi fitto di luce interna. Scrittura precisa e oscura, come le ali versicolori in un’Annunciazione dipinta o una lente tenace sul riflesso dell’acqua.
Nella manciata di saggi raccolti ne Gli imperdonabili, Cristina Campo richiama con una santa ostinazione salmodiante i temi di una vita intera. La scrittura altrui evoca e diviene narrazione propria, per il legame esplorativo tra parola e destino (concetto caro alla scrittrice, con la relativa organizzazione magnetica del reale). Tra saggio letterario e autobiografia (autoferente) non c’è che il salto di senso, il superamento folle nella virtù, che segna la vittoria nelle fiabe.

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