L’economia dell’attenzione, crocevia di miti

13 gen
2010

Quale sotterranea mitologia nascondono l’idea di economia dell’attenzione e quella, relativa, di un universo dell’informazione caratterizzato da una sovrabbondanza stordente di dati da elaborare? Scrive Stowe Boyd nel suo blog, tra numerosi altri spunti di interesse, che l’economia dell’attenzione può venire letta come una rievocazione del mito dell’età dell’oro: in questo caso, l’età mitica in cui tempo disponibile e conoscenze acquisibili erano in perfetta armonia con lo sviluppo dell’essere umano.

Stowe Boyd risponde a questo mito con un altro mito, quello moderno per eccellenza delle facoltà cognitive umane progressivamente estendibili, all’interno di società via via sempre più complesse e articolate. È, insomma, la pacifica specularità tra uomo e società lanciati in un processo infinito di ampliamento e arricchimento: il mito moderno per eccellenza, se ne esiste uno. Il contrario di un luogo comune, dunque, è esso stesso un ulteriore luogo comune, se ci spostiamo dall’ambito di perlustrazione di miti e trasformiamo questi ultimi nelle parole incancrenite e sterili che sono l’orma di miti che girano a vuoto.

Cosa hanno in comune il mito dell’età dell’oro e quello della progressività delle conoscenze e delle società? Sono entrambi miti dell’abbandono. Il secondo è l’immagine di un abbandono fiducioso al processo inteso come moderna teleologia mentre il primo mostra uno sfiduciato e inerte abbandono al presente irrecuperabile, data la perdita aurea iniziale. Sono dunque due miti di passività e questo, forse, spiega come mai sia possibile passare liquidamente dall’uno all’altro quando, come in questo caso, la riflessione sulla conoscenza deve fare i conti con le inesauste fucine dell’informazione contemporanea. Del resto, la stessa economia dell’attenzione può essere letta come una teoria di adattamento e assestamento cognitivo, proprio come desiderato da Stowe Boyd: i due miti risultano, negli esiti, coincidenti.

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