Soul Kitchen, Fatih Akin

29 gen
2010

Soul Kitchen di Fatih Akin, il regista di Ai confini del paradiso e La sposa turca, è un film decisamente facilone, che imbocca sempre i percorsi narrativi più semplici ed ovvii e costruisce situazioni comiche linguisticamente al livello dei teen movie più sboccacciati. Si salva per alcune incisive pennellate nel descrivere l’ambiente (ma quel meticciato culturale da movida perenne è posticcio come l’anatra alla pechinese di un ristorantaccio di quartiere) e perché, comunque, il regista ha mano ferma nel tenere la narrazione filmica dall’inizio alla fine, senza eccessive sbavature. Una pellicola passabile se, come a me, a voi piace andare al cinema per andare al cinema; se cercate il regista de La sposa turca, però, è meglio che giriate al largo.

Il film di Fatih Akin presenta diversi punti di contatto con Clerks (Kevin Smith, 1994): una ostentata cifra antiautoriale, la verbosità debordante e spesso mantenuta su un registro greve, il conflitto tra la smunta ufficialità di ruoli e riti sociali e la vitale e magmatica e incontrollabile approssimazione del privato. Ma Clerks, secondo me, funziona meglio di Soul Kitchen grazie ad un nihilismo di fondo che, nel primo, olia perfettamente quella verve parolacciaia e dissacratoria: in Clerks tutto viene riassorbito dalla parola, perché è un mondo di parole, per il resto privo di spessore e connotazioni oggettive forti. In Soul Kitchen non c’è alcun nihilismo ad imbevere personaggi, linguaggi e ambienti: quello che troviamo è, al contrario, un piccolo e tradizionale romanzo di formazione, come appunto avviene in molti teen movie; come nei teen movie, del resto, il protagonista impacciato e debole si fa permeare dalla realtà circostante fino alla crescita finale, subita più che voluta (il che spiega anche il carattere sotterraneamente elegiaco, pur nella corrività delle scelte narrative e linguistiche, di film come American Pie).

Ma quella verbosità piccata e piccante che funzionava in Clerks, in Soul Kitchen non aderisce con saldezza al complessivo impianto filmico. Ciò può derivare, a mio parere, dalla presenza nella pellicola di Fatih Akin di un personaggio centrale da far crescere, bloccare o regredire a seconda del percorso narrativo desiderato: quella verbosità da cinema underground deve girare virtuosamente a vuoto, senza personaggi accentratori a cui ancorarsi, altrimenti diviene sostanzialmente inefficace (e l’anziano Sokrates di Soul Kitchen, petulante nella foga verbale, è un esempio negativo di tale malfunzionamento della macchina cinematografica). Clerks e Soul Kitchen, tra l’altro, presentano una scena in comune, almeno per alcuni vistosi elementi: in entrambi i film si assiste, direttamente o indirettamente, a un funerale ed in entrambi i casi avviene un contatto fisico tra i protagonisti e la bara del defunto. Se in Clerks la scena è funzionale alla dissacrazione generale, spingendola oltre, in Soul Kitchen troviamo solo una situazione superficialmente comica, che non aggiunge nulla né allo sviluppo del personaggio né alla narrazione complessiva.

Soul Kitchen. Regia: Fatih Akin Cast: Adam Bousdoukos, Moritz Bleibtreu, Birol Ünel, Anna Bederke, Pheline Roggan Durata: 99′ Anno: 2009

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