E qui dove un’antica vita / si screzia in una dolce / ansietà d’Oriente, / le tue parole iridavano come le scaglie / della triglia moribonda. La mai conosciuta Dora Markus, sorta come Venere di Milo al contrario dalle gambe viste in una fotografia speditagli da Bobi Bazlen («Gerti e Carlo: bene. A Trieste, loro ospite, un’amica di Gerti, con delle gambe meravigliose. Falle una poesia. Si chiama Dora Markus»). Montale e un corpo frammentato-fotografato e la triglia moribonda. Ma moribonda è la fotografia, se non irida non irida sul corpo del ritratto e non accende d’azione visi e gesti (l’azione della grande pittura e grande fotografia, la grande mimesi): non riuscire a guardar foto se in queste non c’è l’azione e non c’è quasi mai, azioni tutte esteriori (sogguardare l’obiettivo, bere, parlare, rispondere, assentire, consentire col sorriso o in uno sguardo deciso) che non danno lucore. Non riuscire a guardare le proprie, dove più s’annida e incista il rapido scatto lapidario. Proprie fotografie e quelle di persone vicine, dove più il sentire ravvicinato dovrebbe farsi azione coagulata e non fa non fa, con quei corpi disarticolati come scaglie.
(Eugenio Montale, Dora Markus I da Le Occasioni)

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