Sinfonie für Amatriciana und Basso continuo

12 giu
2011

È comune pensare che i piaceri del palato appartengano a una sfera sensitiva bassa, gli «appetiti», appunto. È altrettanto comune considerare, invece, i poteri d’elevazione della musica, innalzando questa fino al ceruleo empireo dall’alto sentire: uno strumento che dà voce alla limpidezza dei sentimenti che si specchiano in se stessi o, al contrario, alla toccabile evidenza dei corpi in movimento; sentimenti e corpi immersi nell’acqua dolce dei suoni e, in questo, trasfigurati.
Eppure, cibo e musica condividono molto. Entrambi presuppongono o, per meglio dire, possono presupporre un atto di scrittura: la ricetta in un caso e lo spartito nell’altro. Inoltre, sono entrambe manifestazioni liquide e costruzioni effimere: un piatto, per quanto elaborato e santificato dalla complessità, muore nel corpo di chi lo mangia, così come una musica, pur nell’intrico di polifonie e articolazioni ampie della narrazione sonora, svanisce nell’orecchio di chi la ascolta; in tutti e due i casi, quindi, fruizione e sparizione/spoliazione coincidono.
In questa duplice architettura che fa svettare la polvere fino al cielo, coloro che mangiano e coloro che ascoltano accolgono linguaggi nei quali i segni non significano nulla: non c’è alcun significato, nel senso semantico di congiunzione tra significato e significante, infatti, in un piatto di spaghetti all’amatriciana o in una sonata per pianoforte di Brahms.
È a causa di tutte queste vittoriose coincidenze tra la malinconia terrigna del cibo (l’immagine della vanitas, per eccellenza) e la santa vacuità della musica, forse, che le discussioni più accese di cui io abbia notizia non riguardano letteratura, teatro, pittura o scultura ma musica e cibo, le sorelle sfuggenti: non ho mai sentito nessuno, infatti, discutere bellicosamente della superiorità del romanzo ottocentesco russo su quello francese o, ancora, della profondità dell’ispirazione poetica di Leopardi contro chi ne mettesse in dubbio la solidità, così come non mi è mai capito di assistere a focosi certami sulla rilevanza storica del secondo cubismo; ho visto, però, gente dal marmoreo aplomb inglese venire alle mani per la guittesca presenza della cipolla nella carbonara e gote senili divenire rubescenti per un giudizio sprezzante sulla musica di Bruckner.

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